Storia di San Donà
attraverso foto e cartoline

Storia dei cimiteri che precedettero l’attuale

Intorno al camposanto o cimitero, in passato conosciuto sotto il nome di sagrato o cortina, ecco quanto di interessante abbiamo trovato.

Prima del 1200 vi era la necropoli nella località Arche, ma non è escluso che i morti si seppellissero altrove senza solennità ecclesiastiche.

Successivamente, fino al 1480, i morti venivano sepolti nel terreno annesso alle chiese, e in piccola parte sotto il pavimento delle chiese stesse.

È Teodegisillo Plateo, colui che per primo ci ha accompagnato attraverso la storia sandonatese, a raccontare che sin dalle sue origini a San Donà le sepolture dei morti erano svolte nelle vicinanze della chiesa cittadina. Quando nel 1475 venne costruita la nuova chiesa per talune personalità di particolare importanza la tumulazione poteva avvenire anche dentro la chiesa. Come sottolineava Plateo, poi ripreso da Monsignor Chimenton, «Gli avelli [=tombe] della chiesa e sagrestia erano ornate di lapidi, con iscrizioni che si confondevano con i simboli della religione e stavano a provare che le distinzioni di casta continuavano, come continuano anche oggi, anche nel sonno eterno ciò che avveniva presso gli egiziani, gli ebrei, i romani ed i greci».

Anche nella frazione Passarella furono seppelliti abusivamente dei morti sotto la chiesetta dei Da Mula. Per queste tumulazioni però occorreva speciale licenza del vescovo (frandendi pavimentum), essendo rimasto di competenza ecclesiastica fino alle leggi napoleoniche il servizio mortuario. Il terreno destinato per ultima dimora degli abitanti la parrocchia nei primi tempi era popolato di piante, poste a coltivazione e chiuso con semplice siepe, che non impediva però agli animali vaganti d’entrarvi per rintracciare resti umani. L’erba che cresceva nel cimitero veniva sfalciata e si dava in pasto agli animali domestici.

Nell’anno 1554 Monsignor Vescovo Francesco II Pisani, in visita pastorale, rilevò lo sconcio che derivava dalla siepe e dall’uso delle erbe sfalciate, e propose la costruzione di un muro di cinta onde evitare che venissero oltraggiate le salme. Stabilì poi una multa di lire venticinque a carico di chi sfalciasse l’erba sopra le fosse dei morti per usi profani, prescrivendo che tale erba dovesse essere abbruciata.
E nel 1557 il cimitero fu cinto di mura, come aveva raccomandato il vescovo; furono tolte le piantagioni fruttifere e rispettate soltanto alcune piante d’olivo, i cui rami dovevano servire nella domenica delle palme.

Il peso del tempo su chiesa e cimitero

Il destino del cimitero andò di pari passo con quello della chiesa. La stessa con il passar degli anni cominciò a sentir il peso del tempo. L’ultima tumulazione in chiesa è della metà del Settecento, ma con una San Donà che oramai superava i tremila abitanti sia gli spazi religiosi che quelli nel vicino cimitero divennero sempre più limitati. Tanto più quando le periodiche epidemie si diffondevano tra la popolazione e le decine di morti che causavano faticavano a trovare un posto decoroso nel camposanto. Scrive ancora Monsignor Chimenton, citando Plateo: «Nel 1764 si sentì il bisogno di ingrandire il cimitero. Ma un ampliamento non fu possibile: il terreno che avrebbe dovuto essere destinato ad accogliere le salme, si trovò, in quell’epoca, rinchiuso fra due strade interne, le attuali Via Maggiore e via Calnova, e la canonica e la proprietà Pesaro, e precisamente nella località oggi conosciute coi nomi di Pescheria, Largo della Chiesa e Foro Boario. Si ricorse allora, per la prima volta, al rimedio di seppellire le nuove salme sopra i cadaveri già sepolti molti anni prima.»
In quel tempo non era stato introdotto il sistema delle esumazioni ultra decennali per far posto alle nuove salme.
L’ultima licenza di tumulazione sotto il pavimento della chiesa demolita porta la data del 1766 e riguardò il seppellimento del pievano Pre[te] Domenico Pizzolato. In questa licenza però si accenna al consenso dell’ufficio di Sanità di Treviso.

Dopo il periodo napoleonico e passati sotto il dominio austriaco, l’emergenza del cimitero trovò una prima soluzione grazie a Mons. Angelo Gallici che perorò la causa dell’apertura di un nuovo cimitero, sin quando nell’aprile 1825 fu inaugurato in via Calnova il nuovo sepolcreto, non troppo lontano dalla chiesa e ai margini dell’allora centro cittadino.

Nel 1825 il cimitero vecchio fu dunque chiuso e s’incominciò a deporre i morti in quello costruito fuori dell’allora centro abitato [tra le attuali via Maggiore, via Ciceri, via Cian e via Don Bosco]. sotto la vigilanza dell'autorità civile, in conseguenza delle leggi napoleoniche (decreto del governo francese 23 aprile 1804 esteso a queste provincie più tardi).
In seguito il cimitero da parrocchiale fu trasformato in comunale, e così anche gli abitanti delle altre parrocchie furono seppelliti nell’unico camposanto, da qualche anno ingrandito, abbellito e ordinato secondo i migliori sistemi moderni sull’esempio di centri maggiori. Negli scavi effettuati all'inizio del XX secolo nei pressi dell’attuale chiesa si trovarono ossa umane a piccola profondità.

Spostato il cimitero, il parroco potè concentrarsi sulla costruzione della nuova chiesa.
Nel 1838, su spinta del nuovo Monsignor Angelo Rizzi, dopo la costruzione di una chiesa provvisoria in legno venne iniziata la demolizione del vecchio duomo e la successiva costruzione di quello nuovo inaugurato nel 1842, vicenda esaurientemente raccontata da Mons. Chimenton.

Il nuovo cimitero di via Calnova non ebbe vita facile. Quando venne costruito, San Donà aveva una popolazione di quattromila abitanti. Nonostante una grave carestia che colpì le campagne prima con la siccità e poi con le malattie che danneggiarono i bachi da seta e i vitigni, e buon ultimo un’epidemia di colera, trent’anni dopo gli abitanti erano divenuti seimila. Il nuovo cimitero visse sin da subito una grave emergenza.
Al problema degli spazi si sommò ben presto l’incuria che inevitabilmente divenne una emergenza sanitaria. Il cimitero era oramai nelle vicinanze delle case e nei periodi di grandi piogge le tombe sovente venivano allagate con il conseguente scorrere di queste acque impure verso i fossi rischiando di inquinare anche la falda da dove i pozzi privati attingevano. Frattanto nel 1890 venne eretta anche la cappella dedicata al Santissimo Redentore nella quale trovò ospitalità la lapide sepolcrale di Mons. Angelo Rizzi.


Il registro degli atti di morte del 1880 del Comune di San Donà di Piave
In quell’anno furono redatti 341 atti di morte.

Se il duomo era stato inaugurato nel 1842, per il campanile si dovettero attendere cinquant’anni.


Il duomo in una immagine del 1915

Il nuovo secolo e l’esigenza di un altro cimitero

Accanto a continue opere di costosa manutenzione, si arrivò ben presto ad avvertire l’esigenza della costruzione di un nuovo cimitero. Lo sviluppo di San Donà oramai lo imponeva, dato che nel 1911 la popolazione aveva raggiunto i tredici mila abitanti. Sin dall’anno prima il dibattito in Consiglio Comunale aveva portato ad un unanime consenso, come ricorda il professor Giacomo Carletto nel suo libro: «Queste constatazioni, da tutti condivise, indirizzarono il dibattito verso una nuova direzione: la Giunta stessa sottopose al Consiglio un articolato programma che prevedeva lo spostamento del Cimitero in una località periferica, lontana dal centro, individuata “lungo la strada delle Code”, a mezzogiorno del canale consorziale Molina e a 450 metri circa dal quadrivio della strada Carbonera, sopra il terreno del cav. uff. Cesare Bortolotto” ».
Senonché il progetto approntato si arenò sullo scoglio finanziario dopo che una revisione del progetto imposta dalla Prefettura incrementò notevolmente la previsione di spesa. Per l’ennesima volta si optò per una importante manutenzione del vecchio cimitero. L’approssimarsi della guerra rimandò il tutto a un futuro prossimo.

La grande guerra che tutto distrusse

Il conflitto mondiale colpì duramente San Donà: tutto il centro ne fece le spese e il cimitero non fu da meno. Una porzione dello stesso tra l’altro divenne anche cimitero militare dove vennero sepolti decine di caduti della guerra. Ne dà conto anche Monsignor Chimenton: «Il cimitero militare è attiguo al cimitero comunale; molte salme però sono sepolte dentro il recinto dello stesso cimitero comunale. Si può definire austriaco: pochissime le salme italiane. Sono circa 500 tombe, che contengono in gran parte salme ignote; quelle tombe sono curate con passione, visitate spesso dal forestiero, adorne di fiori dal nostro buon popolo. Le poche salme di italiani furono inumate negli ultimi giorni di Caporetto, o nei primi momenti della grande offensiva del giugno».


Il cimitero di San Donà in una immagine austriaca del 25 nov. 1917

Qui sotto la famosa foto del 7 gennaio 1918.


7 gennaio 1918: il muro del vecchio cimitero (foto dell'archivio di Vienna)

Nello sfondo si notano alcuni soldati austriaci che stanno avanzando. Il portale d'ingresso del cimitero presenta i segni delle cannonate ma molte case verso il centro sono ancora in piedi. Sembriamo lontani dal centro... ma il vecchio cimitero era situato poco prima dell'attuale Oratorio Don Bosco e tutte le abitazioni dell'isolato posto nel quadrilatero formato da via 13 Martiri, via Don Bosco, via Vittorio Cian e via Ciceri sono state tutte costruite entro i confini del vecchio cimitero.
Al MuB è conservata una croce in ferro trovata non molti anni fa in occasione dell'escavo di fondazioni per una nuova costruzione. Nell'occasione furono trovate anche tombe.


Il cimitero vecchio di San Donà visto dall'interno in una foto del 1919

In una cartolina di San Donà, presumibilmente del 1925, si vedono le case del Foro Boario (in primo piano sulla destra), il vecchio cimitero con i cipressi (al centro della foto), la Caserma “Tito Acerbo” o “San Marco” (in alto). Ancora non c’era l’Oratorio Don Bosco.
San Donà doveva ancora svilupparsi in quella direzione. La datazione dell’immagine è indubbiamente precedente al 15 maggio 1927, data della posa della prima pietra dell’Oratorio Don Bosco.

Il cimitero di via Calnova (questo all'epoca il nome di quella che è oggi via 13 martiri) rimase lì sin quasi la metà del secolo scorso, quando fu dismesso definitivamente allorché fu ampliato il nuovo cimitero in via Code e fu possibile trasferirvi le salme del vecchio, a quasi vent’anni dall’ultima sepoltura.

1920: iiniziano i lavori per un nuovo Cimitero

Dopo la guerra il problema del camposanto tornò d’attualità. Il progetto del nuovo cimitero manteneva tutta la sua urgenza ma al tempo stesso i tempi sarebbero stati lunghi, per cui, in attesa della realizzazione del nuovo, si procedette al ripristino del cimitero di via Calnova, riparando le distruzioni causate dalla guerra.
Il nuovo cimitero prese il via nel 1920 quando iniziarono i lavori sul terreno di via Code.
A differenza di quanto previsto nel vecchio progetto, per raggiungere via Code venne decisa la costruzione di una nuova strada, una direttrice che dalla strada del Foro Boario incrociasse la via del Casermone (l’odierna via Eraclea) per poi, attraverso i terreni di proprietà dei Bortolotto, incrociare via Carbonera, per arrivare sino al nuovo cimitero, dopo l’attraversamento di un nuovo ponte a superare lo “scolo delle Code”. Il progetto della strada si rivelò un po’ più complicato del previsto; l’opera venne comunque consegnata alla fine del 1925; in pratica in quegli anni vennero costruite le strade oggi note come via Giodo Bortolazzi e viale Primavera.

Nel 1927 l’inaugurazione del nuovo Cimitero in zona Code

Il nuovo cimitero venne inaugurato il 19 giugno 1927 con la consacrazione da parte del vescovo di Treviso Monsignor Giacinto Longhin alla presenza delle autorità civili e religiose. Il Podestà Costante Bortolotto avvertì che da quel 19 giugno non si sarebbero più potuti inumare cadaveri nel vecchio cimitero.
Quando il nuovo cimitero fu inaugurato non era ancora stato completato in tutte le sue parti, come ricorda il professor Giacomo Carletto: rispetto al progetto originario molto ancora mancava, come la casa del custode, la camera mortuaria, le due cappelle ossario e la chiesa a pianta circolare. «Nulla di questo progetto, eccetto il grande cancello in ferro battuto, fu costruito. Negli anni successivi la funzionalità più modesta sembrò guidare il completamento delle parti essenziali mancanti forse a causa della crisi economica che aveva costretto a ridimensionare i grandi progetti collegati alla ricostruzione del paese».


Giannino Ancillotto, un illustre ospite del vecchio come del nuovo Cimitero Nel primo anniversario della morte di Giannino Ancillotto, una manifestazione ricordo all’interno del vecchio cimitero (1925) Durante la costruzione del nuovo cimitero un grave lutto colpì San Donà, in un incidente stradale morì la medaglia d’oro Giannino Ancillotto, eroe della prima guerra mondiale. I solenni funerali si tennero il 21 ottobre 1924 e la sua salma venne tumulata provvisoriamente nel vecchio cimitero presso la tomba della famiglia De Faveri. La traslazione nel nuovo cimitero tardò, come ricorda Chiara Polita nel libro monografico dedicato all’eroico aviatore e al monumento a lui dedicato. L’imponente monumento in Piazza Indipendenza venne inaugurato solennemente nel 1931 alla presenza di migliaia di persone, poi iniziò un lungo carteggio per trovare la giusta collocazione nel nuovo cimitero della tomba dedicata all’eroe dell’aria. Come ricordato nel 1927 venne consacrato il cimitero ma risultava ancora incompleto, tanto che alla fine la tomba di Giannino Ancillotto venne edificata nello spazio che inizialmente era previsto per la casa del custode, sulla sinistra dell’entrata del cimitero.

Nel 1938, a quattordici anni dalla scomparsa, la salma di Giannino Ancillotto venne traslata dal vecchio al nuovo cimitero. Quel 16 ottobre 1938 fu un’altra grande giornata per la San Donà dell’epoca. Il vecchio cimitero: fine di una storia Il Vecchio Cimitero in una immagine degli anni trenta ripresa dall’Oratorio Don Bosco (Foto Battistella) Quanto al vecchio cimitero dal 1927 non è stato più oggetto di nuove inumazioni. Tutte le nuove sepolture sono state dirottate verso il nuovo con il risultato che già negli anni quaranta si rivelò insufficiente a ricevere tutte le salme. Tanto più che nel frattempo in vista della chiusura era iniziato il trasferimento da parte dei famigliari a proprie spese delle salme dal vecchio cimitero al nuovo. Come ricorda il libro di Luisa Furlan e Maria Trivellato la soluzione venne trovata nei primi anni Quaranta ma perfezionata solo dopo la guerra nel 1946. I fratelli Bortolotto cedettero un’ampia area attorno al nuovo cimitero e in permuta ebbero l’area del vecchio cimitero accanto all’Oratorio Don Bosco. Iniziò così l’urbanizzazione anche di quell’area di San Donà adiacente all’oratorio Don Bosco e che per centoventi anni era stata adibita a cimitero comunale.