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Storia di San Donà
attraverso documenti,
foto e cartoline
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La principale parrocchia di San Donà, dedicato a Santa Maria delle Grazie (un tempo unica, oggisono quattro),
fu eretta sostanzialmente nella seconda metà del Quattrocento.
Un breve excursus storico dei tempi che precedettero la fondazione della parrocchiaNei primi albori del cristianesimo gli abitanti di questi luoghi abbracciarono
il nuovo culto con convincimento intimo, trasformato in fede ardentissima dalle vigorose
lotte sostenute contro le violenze del paganesimo e dell’arianesimo.
Circa la giurisdizione ecclesiastica del territorio di S. Donà si nota qualche cosa di eccezionale, perché il territorio appartenne a varie chiese e a varie diocesi; all'inizio del XX secolo - cioè al tempo della ricognizione del Plateo - apparteneva a sei parrocchie e a tre vescovi, cioè:
Il comune censuario di S. Donà sembra che prima del 712 sia appartenuto in parte alla diocesi di Treviso (vedi trattato 7 gennaio 999 della Repubblica coll’Imperatore Ottone III a pagina 98, e lo smembramento di Oderzo ordinato dal Grimoaldo nel 665 a pagina 45). Le precedentiDalla bolla pontificia dell'8 febbraio 1476, di Sisto IV, che permetteva la costruzione di una chiesa per la gastaldia di San Donà, si rileva la necessità assoluta della invocata concessione per il fatto che quasi tutte le chiese preesistenti erano in quel tempo ormai distrutte dalle guerre e da altre calamità. Le notizie storiche, le cronache e le tradizioni locali ammettono la preesistenza delle seguenti Chiese:
Tale chiesa, intitolata all’arcivescovo di Reims, che convertì al cristianesimo i franchi, ci ricorda questa città francese rinomata per il battesimo del fondatore della monarchia dei Franchi e per la consacrazione dei re; ci ricorda che Fines, sebbene facente parte del territorio d'Eraclea, parteggiava per il doge Obelerio; ci ricorda che Carlomagno (che scese in Italia nel 773 e restituì al Patriarca di Aquileia Paolino il potere temporale nel 775) mostrava sentimenti religiosi; ci ricorda infine che a questo principe popolare, incoronato Imperatore da Leone III, toccò una sconfitta seria nell’assalto dato a Rialto, per il volere e valore di Angelo Partecipazio e Vettore da Eraclea, nel momento in cui credeva d’essere ormai padrone dell’estuario. Dopo sei secoli e mezzo anche questa chiesa finì, e due terzi degli abitanti del territorio di S. Donà furono costretti a recarsi alla chiesa di S. Mauro di Noventa per i sacramenti, al cui parroco venne corrisposto il quartese per il periodo di dieci anni, cioè fino al 1480. Verso la metà del secolo XV i patrizi veneziani, occupati della cosa pubblica nei centri maggiori della terraferma, nella capitale o all’estero, tendevano al viver molle; e come latifondisti delle gastaldie del dogado, di qualche migliaio di campi cadauna, non brillavano certo per attività. Per le convinzioni religiose e per seguire le tradizioni repubblicane preferivano al dispotismo la fine politica, e all’uopo traevano profitto dalla influenza del clero nella campagna. Ecco perché li vediamo propensi a fabbricar chiese dove mancano e a dare a queste dei sacerdoti pronti ad educare il popolo al viver sottomesso, lontano dal vizio, confortato dalla religione. Questo sistema di governare, senza forza armata e senza magistrati, fruttò ai nobili sonni tranquilli per vari secoli e al lavoratore della terra, lontano dal padrone, una vita abbastanza libera e relativamente agiata. La bolla di Sisto IVIn questa condizione di cose si trovavano Angelo Trevisan e Francesco Marcello quando ottennero la bolla di Sisto IV più sopra citata, e i massari di queste terre, che assunsero la coltivazione della gastaldia.Nella bolla si prescriveva la costruzione della chiesa a spese dei richiedenti Trevisan e Marcello, il titolo di S. Maria delle Grazie da darsi al tempio, l’obbligo della manutenzione perpetua, di pagare il quartese al curato e il diritto di proporre al Vescovo di Treviso il curato da nominarsi, trasmissibile ai maschi. Concessioni del genere furono fatte nel 1500 ai Malipiero per Musile, nel 1533 ai da Lezze e ai Foscari per Croce e alla Canonica di S. Antonio di Castello per Grassaga, Ceggia, Cessalto, Chiarano e Campagna. Queste concessioni portavano con sé lo juspatronato dei latifondisti sulle chiese. I1 doge però, a cui competeva di accordare l’investitura delle temporalità, aspettava che le chiese fossero costruite e consacrate per emettere il sovrano placet. Perciò la chiesa di S. Maria delle Grazie fu consacrata dal Vescovo di Treviso Giovanni IV da Savona nel luglio 1480, e in data 22 agosto dello stesso anno il doge Nicolò Da Ponte, su parere favorevole del Consiglio dei dieci, legalizzò l'investitura con il primo curato Don Pietro. Col placet ducale fu risolta la vertenza sollevata da Don Lorenzo Gregolino curato di Noventa circa il godimento del quartese, essendosi stabilito espressamente nel decreto Ducale il passaggio immediato della percezione di questo al nuovo curato di S. Maria delle Grazie. Oltre alla chiesa i livellari assegnarono il sagrato per i morti e la casa canonica con relative adiacenze. Alla chiesa però mancavano varie decorazioni, parte dei mobili e il campanile. Dal 1495 al 1500 funzionò da curato abusivamente, senza nomina regolare, Pre' Alessandro da Portobuffolè, che fece cattiva prova. Il popolo però, malgrado le qualità negative del curato acquistò due campane, che collocò sopra apposita armatura, di legname e procurò alcuni mobili. Vennero quindi alla chiesa due legati di una vacca a soccida cadauno, il primo per sopperire alle spese della festa del Corpus Domini, istituita due secoli prima da Papa Urbano IV, e l’altro per illuminare l’altare di S. Rocco, venerato come protettore del popolo contro il rinnovarsi della peste, che troppo spesso aveva visitati questi luoghi. Nella visita pastorale 5 settembre 1500 il Vescovo Bernardo Rossi constatò questi fatti e, mentre rimunerava i fedeli con pubblico encomio, dispensava il curato provvisorio dalle funzioni, per inettitudine. Secondo titolare della curazia fu il sacerdote Don Gaspare Romei. Venuto a morte questo curato nel 1503, fu sostituito da Don Alessandro Bellino. Nel 1505 si spense anche il Bellino e così la curazia s’ebbe Don Daniele Marchi per quarto titolare, il quale si mostrò zelantissimo e generoso, facendo eseguire vari lavori di completamento nella chiesa e donando 33 campi di terra aratoria allo scopo di affrettare la costruzione del campanile. In quest’epoca, come abbiamo veduto altrove, era rimasto padrone assoluto della gastaldia Angelo Trevisan, il quale fece cancellare gli stemmi della famiglia Marcello nei limiti lapidei della gastaldia e fece immurare in chiesa la nota epigrafe, oggi relegata in sagrestia che qui riproduciamo unicamente per la singolarità della forma altisonante che ci dà un’idea di quei tempi.
Intanto nel popolo ardeva sempre più il desiderio di aver un decoroso campanile,
ma questo desiderio non era condiviso dallo juspatrono.
Nell’anno 1554 fu in visita il vescovo Francesco II Pisani di S. Maria Formosa, ed era curato D. Francesco Basadonna, della stessa famiglia del suo predecessore, quella cioè che diede dei governatori di Provincia (di uno dei quali si scoperse di recente a Udine lo stemma nella sala Aiace) e che fece costruire a sue spese la Cappella di S. Agata in Grassaga. La questione del campanile fece capolino, ma anche questa volta il curato indusse il popolo a tacere. Lo juspatronato in quest’epoca era passato ad Angelo Trevisan secondo figlio di Alessandro e pronipote del primo Angelo, lo stesso che fu creato Conte da Carlo X, l’Imperatore della politica senza scrupoli. Venuto finalmente il 1565, sotto il curato D. Francesco Franceschi il vivo desiderio del campanile si acuì maggiormente: Curato e Vescovo presero le parti del popolo, che pazientava da 60 anni, e una inchiesta risoluta mise al nudo la poca premura dello juspatrono nell’amministrazione della Chiesa. Ne seguì quindi un dibattito che durò quindici anni sotto i curati Don Franceschi e Don Zuane Manfredo, eletto nel 1567, e sotto i Vescovi Giorgio Corner e Francesco III Corner. La famiglia Trevisan cercò di parare il colpo con la istituzione di una scuola intitolata a S. Maria delle Grazie della Gastaldia con annessa casa per il cappellano [all'inizio del XX secolo l'osteria accanto alla casa canonica], ma anche con questo mezzo non si raggiunse il fine. Per tranquillare il popolo nel 1580, un secolo preciso dalla consacrazione della Chiesa, la famiglia Trevisan fu costretta a cedere l'amministrazione della Chiesa ai massari e al curato, i quali costituirono una specie di fabbriceria col consenso del Vicario della Repubblica. Nello stesso anno il Vescovo in visita ricordò le chiese distrutte in questi luoghi e in particolare la Cattedrale di S. Pietro Apostolo d’Eraclea, le cui fondamenta si vedevano a pochi passi dalla località Fiumicino (Fiumesin), luogo indicato ancora oggi dalla tradizione. Come era naturale, primo pensiero della nuova amministrazione della Chiesa fu quello della erezione del campanile. Non volendo però privarsi del poderetto di campi 33 lasciato dal curato D. Daniele Marchi fu proposto alla famiglia Trevisan un prestito di ducati dugento da estinguersi coi frutti di detto podere, che fu lasciato in godimento allo juspatrono per vari anni. Con questa somma, concessa dai Trevisan, e colle generose offerte dei fedeli, in breve tempo si innalzò la prima torre campanaria, che venne a costare ducati 1400. La famiglia Trevisan, che aveva prestati i 200 ducati fece immurare alla base del campanile il proprio stemma in marmo, quello stesso che all'inizio del XX secolo si vedeva sotto il porticato del Municipio presso l’ingresso del teatro sociale, e ciò per provare, come aveva fatto con la epigrafe in chiesa, che anche il campanile apparteneva all’juspatrono. Gli eredi maschi che esercitavano il diritto di patronato erano due, Trevisan Alessandro e Trevisan Domenico, zio e nipote, i quali non prendevano parte diretta all’amministrazione della chiesa, ma pretendevano la annuale resa di conti dei massari e del curato col tramite della curia vescovile. In quest’epoca un membro della nob. famiglia Da Mula aveva incominciato ad acquistare terreni, già appartenenti alla gastaldia, e si erano iniziate le pratiche per la erezione di una chiesa nella località Villa Nova di Passarella, in vista dell’incanalamento del Piave che aumentava negli abitanti di quelle terre la difficoltà di approfittare della chiesa di S. Maria delle Grazie. Lo stemma Trevisan alla base del campanile fece credere ai più che l’erezione di questo fosse stata fatta a spese dello juspatrono, e anche di recente questo fatto fu interpretato come un segno della munificenza di non si sa quale membro della famiglia che portò il nome di Angelo. Al curato Don Zuane Manfredo successero Don Pietro Giallo e Don Francesco Callegari.
Sotto quest’ultimo si verificò la peste sterminatrice del 1630, 1631. Poco dopo (1637) avvenne la morte
dell’ultimo dei discendenti maschi di Angelo Trevisan, ai quali esclusivamente
la bolla di Sisto IV concedeva l’esercizio dello juspatronato della chiesa.
Dove porta il diritto di juspatronatoNel 1697 però insorse questione tra la N. D. Cristina Da Mula, moglie di Domenico Contarini, discendente da Marina Trevisan in Cappello e Angelo Corner, discendente da Angela Trevisan, e con atto 18 febbraio fu convenuto fra loro, assenziente il Vescovo di Treviso Giovanni Battista Sanudo, veneziano, di alternare il diritto di presentazione dei candidati alla pievania incominciando la prima volta Angelo Corner, il quale presentò D. Serafino Saccardi. Verso la metà del 1815, quando l’ultima presentazione era stata fatta dalla famiglia Grimani, discendente dai Corner, tale diritto sarebbe spettato a Polissena Contarini Da Mula, vedova Mocenigo, quale discendente dalla famiglia Cappello, ma questa nobildonna permise che la presentazione venisse fatta da Matteo Fracasso, acquirente dei beni Grimani. In questo modo incredibile fu trascinato innanzi illegalmente questo abuso di presentazione dei candidati fino ai nostri dì, in cui si pretende trasfuso il diritto di juspatronato negli acquirenti dei beni Trevisan. E’ indubitato però che la bolla di Sisto IV ha limitato tale diritto ai discendenti maschi di Angelo Trevisan e Francesco Marcello, in corrispettivo degli oneri assunti della manutenzione perpetua della chiesa, sagrato e casa canonica. Di conseguenza l’abuso introdotto dagli eredi per via donne e dai successori per acquisto di beni, non può ritenersi come uso pacifico in buona fede. Perciò l'interpretazione arbitraria, fin qui tollerata, come contraria al diritto canonico, e particolarmente ai responsi del concilio tridentino, non ha alcun valore (e il voto legale del giureconsulto Spiridione Caluci, in data 2 febbraio 1835, emesso a richiesta di Carlo Corradini, venne alle stesse conclusioni). Il Vescovo avrebbe potuto nominare il pievano senza la presentazione del candidato fin dal 1637, ma essendogli sorto il dubbio che il popolo, il quale era ormai subentrato allo juspatronato negli oneri della Chiesa, un bel giorno potesse chiedere il godimento dei diritti relativi, preferì la presentazione illegale al pericolo lontano dell’elezione popolare (i candidati dovrebbero cioè sortire da un referendum). Il 21 febbraio 1825 la famiglia Fracasso cedé alla famiglia Corradini lo juspatronato della chiesa e nel 1853 Carlo Corradini rinunciò al diritto. Tale rinuncia fu ripetuta pochi anni addietro dagli eredi di Corradini per poter dimostrare che non esistevano persone obbligate a mantenere gli edifizi per il culto divino secondo le leggi napoleoniche, qui tuttora in vigore; rinuncia che fu unita a una istanza diretta al Governo per ottenere un sussidio sul fondo per il culto onde affrettare il compimento del campanile attuale. Ma intanto...Con decreto 2 marzo 1720 della Congregazione dei Sacri Riti la Curazia
fu elevata a Pievania, e questa nel 1725 ottenne il diritto di far uso delle insegne arcipretali
esercitandone i privilegi relativi. Nel dì 20 aprile 1778 poi la chiesa fu insignita
del titolo arcipretale perpetuo. Tre quarti di secolo dopo tale concessione fu designata
a sede della Congregazione dei parroci delle chiese di Noventa, Campobernardo, Zenson,
Fossalta di Piave, Croce, Losson di Meolo e Musile.
Spirito illuministaA San Donà più che altrove, sul cadere del XVIII secolo, l’influenza della propaganda massonica delle idee di sovranità popolare, di libertà di coscienza, di diritti e doveri civili, distinti dai doveri e diritti inculcati dalla chiesa, si diffuse rapidamente, prova ne sia che il Vescovo Bernardino Marini nel 1791, seriamente impressionato per il numero esorbitante degli abitanti di questa terra che si rifiutavano di confessarsi, fu costretto a inviare sul luogo una speciale missione di esperti predicatori, i quali ebbero il loro bel da fare per vincere in parte la ripugnanza alle discipline ecclesiastiche. La dominazione austriaca regalataci da Napoleone Bonaparte fu impotente a ristabilire la soggezione del popolo alla chiesa: lo scaccino, i birri e il quartesante duravano fatica per snidare i cittadini dai ritrovi e costringerli ad intervenire alle funzioni festive. Invano Napoleone tentò di puntellare coi chassepotes il poter temporale dei papi: le idee non mutarono strada, la formula cavouriana «libera chiesa in libero stato» prevalse anche qui. E tuttavia, se lo spirito si era fatto diffidente, la religiosità popolare reclamava un nuovo tempio. La chiesa viene ricostruitaNel 1821, auspice l'arciprete Monsignor Angelo Rizzi, che morì decano capitolare a Treviso con grandi onori, fu collocata la prima pietra dell’attuale chiesa sostituita a quella fabbricata dai Trevisan. Questo tempio era reclamato anche dall’aumento di popolazione, oltreché dalle condizioni rovinose del vecchio, che fu demolito.Al Meduna si deve anche il progetto del campanile, che sarebbe stato costruito posteriormente. La facciata però non venne eseguita. Il costruttore, capomastro Patrizio da Portogruaro, meritò infiniti encomi per la diligenza, ed ebbero lodi meritate i decoratori. Alla fine la costruzione durò vent’anni. Nel 1842 avvenne la consacrazione solenne, compiuta dal vescovo Sebastiano Soldati.
1856: la Festa Madonna del coleraLa prima celebrazione solenne della Festa della Madonna del colera risale al 1856. L’anno precedente, infatti, ci fu a San Donà (come in altre parti d’Italia) una violenta epidemia di colera che, tra giugno e settembre colpì 145 abitanti, molti dei quali già indeboliti dalla pellagra e malaria, malattie comuni della maggior parte della popolazione rurale, dalla precaria situazione igienica. Nel solo Veneto si ammalarono ben 80.000 persone, metà delle quali con esito mortale. Questo morbo batterico arrivato dall’India ad inizio secolo, con primi casi in Italia nel 1835, sino ad allora non era certo sconosciuto nel nostro territorio. Infatti, due delle sei lanterne votive presenti nel Presbiterio del Duomo di San Donà portano la data del 1849: sono il voto dei sandonatesi durante una epidemia di colera. Ebbene, il 24 settembre 1855, dopo l’affidamento alla Vergine Maria, vi fu la cessazione improvvisa dell’epidemia, che fu accolta da tutti come un suo miracolo. Così il parroco mons. Giuseppe Biscaro (a San Donà dal 1853 al 1881, per essere destinato poi a Scorzè) istituì nell’allora unica parrocchia di San Donà la festa votiva della “Madonna del Colera”. La Vergine da allora viene dai sandonatesi venerata come donatrice di Grazie e, in particolare, per quella della liberazione dal colera.Il campanile invece dovette attendere altro mezzo secoloil suo compimento. Le campane, un concerto molto lodato, della fonderia Poli di Udine, vennero benedette soltanto il giorno 8 dicembre 1893 dal Vescovo Giuseppe III Apollonio. Chiesa e campanile son costati quattrocentomila lire circa, delle quali L. 250.000 di oblazioni private, L. 100.000 sussidio del Municipio, L, 25.000 concorso della fabbriceria e L. 25.000 sussidio del fondo per il culto. Il patriziato, che in quell’epoca rappresentava ancora il censo maggiore, non prese parte diretta, né si presentò come juspatrono. I tempi erano ormai mutati; la base della vita sociale non era più l’osservanza delle discipline ecclesiastiche, ma la fratellanza civile. Il Municipio poi fece collocare un orologio moderno sulla nuova torre campanaria, con quattro quadranti, della fabbrica Giovanni Frassoni di Lonato.Ad abbellire la chiesa concorsero vari cittadini i cui nomi sono ricordati da epigrafi marmoree. Nella cartolina qui sotto, stampata dopo la I Guerra Mondiale, vediamo com'era il duomo prima della guerra.
1916
Sul finire del 1916, nonostante il periodo difficile, furono installate sui sei lunotti le ultime vetrate artistiche. Distrutto dalla I guerra mondialeL'edificio rimase gravemente danneggiato durante la prima guerra mondiale
Qui sopra vediamo il vescovo Giacinto Longhin in visita al duomo devastato. Il duomo fu sottoposto a un'opera di ricostruzione effettuata da Giuseppe Torres
tra il 1919 e il 1923.
Nel 1921 Pio Antonio Semeghini realizzò tre statue di cemento per la facciata del duomo: la Vergine, S. Pietro, S. Paolo. Nel 1922 fu completato il campanile, sempre su progetto del Torres. Marzo 1923: si celebra in duomoNella quarta domenica di Quaresima del 1923 – 11 marzo – i fedeli entrarono per la prima volta nel nuovo Duomo appena terminato.
La chiesa era ancora spoglia e priva dei numerosi manufatti che sarebbero arrivati negli anni seguenti.
Mancavano le dodici vetrate artistiche, le varie pale d’altare, i quadri della Via Crucis
(anche se la sesta Stazione, di Rava è di quell’anno) e persino l’altare maggiore, che sarebbe stato
predisposto l’anno successivo, su disegno del progettista del Duomo, l’architetto veneziano Giuseppe Torres.
1924
L'altare di san Vincenzo FerreriNel 1925 fu costruito l’altare dedicato a San Vincenzo Ferreri, progettato da Giuseppe Torres (l’architetto del Duomo) e offerto da Vincenzo Janna, facoltoso politico sandonatese, che volle farsi ricordare omaggiando il santo col suo nome. Era nella prima cappella a sinistra, quella che poi sarebbe diventata la cappella del battistero.
La pala fu fornita a spese del Commissariato di Treviso e ritrae, oltre che san Vincenzo
con l’abito domenicano, anche san Donato,
san Liberale, san Marco evangelista e la Vergine Maria con Gesù bambino,
ovvero tutti i patroni locali.
L’artista
1936: la via principale del paese ha preso il nome di "via Roma"
1937: è comparsa la fontana quadrata
Nell'autunno del 1940 fu completata la lunetta sopra il portale d'ingresso.
Qualche settimana dopo, mons. Saretta (anche lui ritratto nella lunetta)
descriveva l’articolata scena sacra nel Foglietto Parrocchiale del 13 ottobre 1940:
Alla sua destra e sinistra campeggiano maestosi, in piedi,
S. Donato e S. Liberale, il protettore della Parrocchia
e quello della Diocesi.
S. Donato Vescovo contempla con compiacenza la scena che si svolge
e anch’egli è attorniato da varie categorie di fedeli, uomini,
donne, bambini, religiosi, tutti protesi verso la Madre. Anche un incredulo, di fronte a una manifestazione così calda di fede,
esortato dal Religioso che gli sta vicino, è scosso e si associa all’omaggio della folla.
L’Artista – dice Marco Franzoi, che ha curato la presentazione della
lunetta sul sito della Parrocchia - sembra essersi ispirato ad altre due
opere presenti nel Duomo: la vetrata di S. Tiziano e S. Donato e la
pala d’altare del Cherubini. L’opera presenta una costruzione simmetrica
ed è suddivisa in tre settori da due colonne. Il pastorale del vescovo
e l’asta della bandiera del santo guerriero sono inclinati specularmente
(qui l’Artista potrebbe essersi ispirato alla vetrata della cappella feriale)
a formare una grande “V”; questi poi, assieme alle due colonne verticali,
sembrano comporre anche una grande “M”, le iniziali della Vergine Maria.
1961
1962: il retro del duomo visto da piazza Rizzo
Anni Sessanta: il duomo e la piazza a colori
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