Storia di San Donà
attraverso documenti, foto e cartoline

Storia della parrocchia di Santa Maria delle Grazie

La principale parrocchia di San Donà, dedicato a Santa Maria delle Grazie (un tempo unica, oggisono quattro), fu eretta sostanzialmente nella seconda metà del Quattrocento.

Un breve excursus storico dei tempi che precedettero la fondazione della parrocchia

Nei primi albori del cristianesimo gli abitanti di questi luoghi abbracciarono il nuovo culto con convincimento intimo, trasformato in fede ardentissima dalle vigorose lotte sostenute contro le violenze del paganesimo e dell’arianesimo.
Successivamente le manovre e le imposizioni dei papi per asservire il clero alla politica della S. Sede si fransero contro la fermezza granitica della Repubblica di Venezia nel custodire gelosamente le prerogative della podestà civile.
Perciò troviamo, dal secolo VII al XV, vescovi e patriarchi che sono creature e parenti dei dogi, mentre negli ultimi secoli, quando la Santa Sede tentava di imporsi alla reggia, alle promissioni giurate del doge fu aggiunto il divieto di concedere benefici ecclesiastici ai propri figli e nipoti, appunto per evitare che il papa con tali concessioni potesse acquistare troppo ascendente sui doge.

Circa la giurisdizione ecclesiastica del territorio di S. Donà si nota qualche cosa di eccezionale, perché il territorio appartenne a varie chiese e a varie diocesi; all'inizio del XX secolo - cioè al tempo della ricognizione del Plateo - apparteneva a sei parrocchie e a tre vescovi, cioè:

  1. Parrocchia di S. Maria delle Grazie con 9500 abitanti ­ sotto la giurisdizione del vescovo di Treviso dal 1348; in precedenza, dal 628 al 1348, di quello di Eraclea; e, prima ancora, di quello di Oderzo.
  2. Parrocchia di S. Giorgio di Grassaga, con 400 abitanti - sotto la giurisdizione del vescovo di Ceneda, vescovado istituito con placito del re longobardo Liutprando il 6 giugno 743, e succeduto a quello di Oderzo nel secolo VIII;
  3. Parrocchia di S. Vitale di Ceggia, con 180 abitanti - sotto la giurisdizione del vescovo di Ceneda, succeduto a quello di Oderzo nel secolo VIII;
  4. Parrocchia dell’Immacolata Concezione di Grisolera, con 120 abitanti - sotto la giurisdizione del Patriarca di Venezia, succeduto ai Vescovi di Eraclea 1442 e di Torcello 1797;
  5. Parrocchia di S. Mauro di Noventa, con 80 abitanti - sotto la giurisdizione del vescovo di Treviso fin dall’origine;
  6. Parrocchia di San Giambattista in Jesolo, vulgo Cavazuccherina, con 40 abitanti - sotto la giurisdizione del Patriarca di Venezia, succeduto al Vescovo di Iesolo 1476, e di Torcello 1797.

Il comune censuario di S. Donà sembra che prima del 712 sia appartenuto in parte alla diocesi di Treviso (vedi trattato 7 gennaio 999 della Repubblica coll’Imperatore Ottone III a pagina 98, e lo smembramento di Oderzo ordinato dal Grimoaldo nel 665 a pagina 45).

Le precedenti

Dalla bolla pontificia dell'8 febbraio 1476, di Sisto IV, che permetteva la costruzione di una chiesa per la gastaldia di San Donà, si rileva la necessità assoluta della invocata concessione per il fatto che quasi tutte le chiese preesistenti erano in quel tempo ormai distrutte dalle guerre e da altre calamità. Le notizie storiche, le cronache e le tradizioni locali ammettono la preesistenza delle seguenti Chiese:

  • la cattedrale di S. Pietro Apostolo d’Eraclea, di cui si parla nel capitolo della storia antica;
  • le basiliche e le chiese minori della stessa città capitale dell’estuario, le quali dovevano aver superato il numero di quaranta, dal momento che la vicina Jesolo, città minore, ne contava quarantadue.
  • Sorsero più tardi il monastero della Pineta, quello degli Agostiniani, S. Pietro di Casacalba, S. Romualdo di Torre del Calligo, le chiese dei castellani delle Mussette, S. Amelio e quella di S. Remigio. Quest’ultima (la chiesa di San Remigio), già appartenente alla distrutta Fines, abbracciava l’intero territorio di S. Donà sulla sinistra del Piave ed era registrata anche come «Curia Sancti Donati ed Amelio».
  • Nel 1300 però non si parlava più, come in precedenza, di «chiesa delle Musette», né dei vicini monasteri.
La chiesa di S. Remigio, edificata nel primo decennio del secolo IX dai Franchi, auspice Carlomagno, nella borgata Fines, civilmente occupata dalle milizie capitanate da Pipino, è quella che ha preceduto la parrocchiale di S. Maria delle Grazie.
Tale chiesa, intitolata all’arcivescovo di Reims, che convertì al cristianesimo i franchi, ci ricorda questa città francese rinomata per il battesimo del fondatore della monarchia dei Franchi e per la consacrazione dei re; ci ricorda che Fines, sebbene facente parte del territorio d'Eraclea, parteggiava per il doge Obelerio; ci ricorda che Carlomagno (che scese in Italia nel 773 e restituì al Patriarca di Aquileia Paolino il potere temporale nel 775) mostrava sentimenti religiosi; ci ricorda infine che a questo principe popolare, incoronato Imperatore da Leone III, toccò una sconfitta seria nell’assalto dato a Rialto, per il volere e valore di Angelo Partecipazio e Vettore da Eraclea, nel momento in cui credeva d’essere ormai padrone dell’estuario. Dopo sei secoli e mezzo anche questa chiesa finì, e due terzi degli abitanti del territorio di S. Donà furono costretti a recarsi alla chiesa di S. Mauro di Noventa per i sacramenti, al cui parroco venne corrisposto il quartese per il periodo di dieci anni, cioè fino al 1480.

Verso la metà del secolo XV i patrizi veneziani, occupati della cosa pubblica nei centri maggiori della terraferma, nella capitale o all’estero, tendevano al viver molle; e come latifondisti delle gastaldie del dogado, di qualche migliaio di campi cadauna, non brillavano certo per attività. Per le convinzioni religiose e per seguire le tradizioni repubblicane preferivano al dispotismo la fine politica, e all’uopo traevano profitto dalla influenza del clero nella campagna. Ecco perché li vediamo propensi a fabbricar chiese dove mancano e a dare a queste dei sacerdoti pronti ad educare il popolo al viver sottomesso, lontano dal vizio, confortato dalla religione. Questo sistema di governare, senza forza armata e senza magistrati, fruttò ai nobili sonni tranquilli per vari secoli e al lavoratore della terra, lontano dal padrone, una vita abbastanza libera e relativamente agiata.

La bolla di Sisto IV

In questa condizione di cose si trovavano Angelo Trevisan e Francesco Marcello quando ottennero la bolla di Sisto IV più sopra citata, e i massari di queste terre, che assunsero la coltivazione della gastaldia.
Nella bolla si prescriveva la costruzione della chiesa a spese dei richiedenti Trevisan e Marcello, il titolo di S. Maria delle Grazie da darsi al tempio, l’obbligo della manutenzione perpetua, di pagare il quartese al curato e il diritto di proporre al Vescovo di Treviso il curato da nominarsi, trasmissibile ai maschi.
Concessioni del genere furono fatte nel 1500 ai Malipiero per Musile, nel 1533 ai da Lezze e ai Foscari per Croce e alla Canonica di S. Antonio di Castello per Grassaga, Ceggia, Cessalto, Chiarano e Campagna.
Queste concessioni portavano con sé lo juspatronato dei latifondisti sulle chiese. I1 doge però, a cui competeva di accordare l’investitura delle temporalità, aspettava che le chiese fossero costruite e consacrate per emettere il sovrano placet.
Perciò la chiesa di S. Maria delle Grazie fu consacrata dal Vescovo di Treviso Giovanni IV da Savona nel luglio 1480, e in data 22 agosto dello stesso anno il doge Nicolò Da Ponte, su parere favorevole del Consiglio dei dieci, legalizzò l'investitura con il primo curato Don Pietro.
Col placet ducale fu risolta la vertenza sollevata da Don Lorenzo Gregolino curato di Noventa circa il godimento del quartese, essendosi stabilito espressamente nel decreto Ducale il passaggio immediato della percezione di questo al nuovo curato di S. Maria delle Grazie.
Oltre alla chiesa i livellari assegnarono il sagrato per i morti e la casa canonica con relative adiacenze. Alla chiesa però mancavano varie decorazioni, parte dei mobili e il campanile.
Dal 1495 al 1500 funzionò da curato abusivamente, senza nomina regolare, Pre' Alessandro da Portobuffolè, che fece cattiva prova. Il popolo però, malgrado le qualità negative del curato acquistò due campane, che collocò sopra apposita armatura, di legname e procurò alcuni mobili. Vennero quindi alla chiesa due legati di una vacca a soccida cadauno, il primo per sopperire alle spese della festa del Corpus Domini, istituita due secoli prima da Papa Urbano IV, e l’altro per illuminare l’altare di S. Rocco, venerato come protettore del popolo contro il rinnovarsi della peste, che troppo spesso aveva visitati questi luoghi.
Nella visita pastorale 5 settembre 1500 il Vescovo Bernardo Rossi constatò questi fatti e, mentre rimunerava i fedeli con pubblico encomio, dispensava il curato provvisorio dalle funzioni, per inettitudine.
Secondo titolare della curazia fu il sacerdote Don Gaspare Romei. Venuto a morte questo curato nel 1503, fu sostituito da Don Alessandro Bellino.
Nel 1505 si spense anche il Bellino e così la curazia s’ebbe Don Daniele Marchi per quarto titolare, il quale si mostrò zelantissimo e generoso, facendo eseguire vari lavori di completamento nella chiesa e donando 33 campi di terra aratoria allo scopo di affrettare la costruzione del campanile. In quest’epoca, come abbiamo veduto altrove, era rimasto padrone assoluto della gastaldia Angelo Trevisan, il quale fece cancellare gli stemmi della famiglia Marcello nei limiti lapidei della gastaldia e fece immurare in chiesa la nota epigrafe, oggi relegata in sagrestia che qui riproduciamo unicamente per la singolarità della forma altisonante che ci dà un’idea di quei tempi.

SETTANTA CINQUE QUATTROCENTO E MILLE ANNI CORRENDO DEL SIGNOR SOPRANO CHEL MONDO ALLUMA CUM LE SUE FAVILLE. DAL INCLITO SENATO VENETIANO FO VENDUTO EL POTERE E GASTALDIA DE SAN DONATO SITO TREVISANO COL VICARIATO ET OGNI SUA BALIA A FRANCESCO MARCELLO E A MELCHIORE CUM ANZOL TREVISAN IN COMPAGNIA L'ANNO SEQUENTE DAL SUMMO PASTORE SIXTO QUARTO PONTIFICE HONORATO GLI FO CONCESSO DI POTER RIPORE UN SACERDOTE PER LOR PRESENTATO IN EL SACELLO DI GRATIA PRICONE ALA DIVA MARIA QUI DEDICATO MA IL PATRONATO E SUA IURISDITIONE AD ANZOL TREVISAN COL VICARIATO PER ACORDO È TOCATO E INDIVISIONE IN MARMO QUI CADENTE REGISTRATO ACIÒ DEL SUO POTERE I SUCESORI. DE ANZOL HEREDI SAPIA EL DITATO CU LE RAGION HAVUTE DA SIGNORI

Intanto nel popolo ardeva sempre più il desiderio di aver un decoroso campanile, ma questo desiderio non era condiviso dallo juspatrono.
Fu nominato curato Don Domenico Basadonna, un nobile succeduto al Marchi, che rimase in funzione 40 anni, il quale fece tacere i lamenti dei fedeli. Venne anche la violazione della chiesa a distrarre gli abitanti e finalmente la visita pastorale dello stesso Vescovo Rossi che incoraggiò a pazientare. In questa visita fu constatato con soddisfazione che in chiesa erano bene tenute e saggiamente onorate le effigi dei Santi Pietro Apostolo e S. Donato Vescovo, ricordanti la preesistenza in questi luoghi della famosa Cattedrale d'Eraclea, prima capitale dell’estuario e sede vescovile, e della cappella del confine Torcelliano dal quale queste terre presero il nome. Il Vescovo riconobbe poi il bisogno di un secondo cappellano, stante la distanza della chiesa dalle altre, e constatò la mancanza del fonte battesimale in pietra.
Da questi fatti si desume che in quell’epoca le chiese erano ben poche, che due sacerdoti per quella di Santa Maria delle Grazie erano insufficienti, che le due frazioni Villa Nova e Piave Vecchia, ora appellate Passarella e Chiesanuova, non si erano ancora affermate come località distinte, e non avevano l’importanza acquistata in seguito allo sboscamento e riduzione di quelle terre, sebbene in quell’epoca si trovassero ancora sulla sinistra del Piave.

Nell’anno 1554 fu in visita il vescovo Francesco II Pisani di S. Maria Formosa, ed era curato D. Francesco Basadonna, della stessa famiglia del suo predecessore, quella cioè che diede dei governatori di Provincia (di uno dei quali si scoperse di recente a Udine lo stemma nella sala Aiace) e che fece costruire a sue spese la Cappella di S. Agata in Grassaga. La questione del campanile fece capolino, ma anche questa volta il curato indusse il popolo a tacere. Lo juspatronato in quest’epoca era passato ad Angelo Trevisan secondo figlio di Alessandro e pronipote del primo Angelo, lo stesso che fu creato Conte da Carlo X, l’Imperatore della politica senza scrupoli.

Venuto finalmente il 1565, sotto il curato D. Francesco Franceschi il vivo desiderio del campanile si acuì maggiormente: Curato e Vescovo presero le parti del popolo, che pazientava da 60 anni, e una inchiesta risoluta mise al nudo la poca premura dello juspatrono nell’amministrazione della Chiesa. Ne seguì quindi un dibattito che durò quindici anni sotto i curati Don Franceschi e Don Zuane Manfredo, eletto nel 1567, e sotto i Vescovi Giorgio Corner e Francesco III Corner. La famiglia Trevisan cercò di parare il colpo con la istituzione di una scuola intitolata a S. Maria delle Grazie della Gastaldia con annessa casa per il cappellano [all'inizio del XX secolo l'osteria accanto alla casa canonica], ma anche con questo mezzo non si raggiunse il fine. Per tranquillare il popolo nel 1580, un secolo preciso dalla consacrazione della Chiesa, la famiglia Trevisan fu costretta a cedere l'amministrazione della Chiesa ai massari e al curato, i quali costituirono una specie di fabbriceria col consenso del Vicario della Repubblica. Nello stesso anno il Vescovo in visita ricordò le chiese distrutte in questi luoghi e in particolare la Cattedrale di S. Pietro Apostolo d’Eraclea, le cui fondamenta si vedevano a pochi passi dalla località Fiumicino (Fiumesin), luogo indicato ancora oggi dalla tradizione. Come era naturale, primo pensiero della nuova amministrazione della Chiesa fu quello della erezione del campanile. Non volendo però privarsi del poderetto di campi 33 lasciato dal curato D. Daniele Marchi fu proposto alla famiglia Trevisan un prestito di ducati dugento da estinguersi coi frutti di detto podere, che fu lasciato in godimento allo juspatrono per vari anni. Con questa somma, concessa dai Trevisan, e colle generose offerte dei fedeli, in breve tempo si innalzò la prima torre campanaria, che venne a costare ducati 1400. La famiglia Trevisan, che aveva prestati i 200 ducati fece immurare alla base del campanile il proprio stemma in marmo, quello stesso che all'inizio del XX secolo si vedeva sotto il porticato del Municipio presso l’ingresso del teatro sociale, e ciò per provare, come aveva fatto con la epigrafe in chiesa, che anche il campanile apparteneva all’juspatrono. Gli eredi maschi che esercitavano il diritto di patronato erano due, Trevisan Alessandro e Trevisan Domenico, zio e nipote, i quali non prendevano parte diretta all’amministrazione della chiesa, ma pretendevano la annuale resa di conti dei massari e del curato col tramite della curia vescovile.

In quest’epoca un membro della nob. famiglia Da Mula aveva incominciato ad acquistare terreni, già appartenenti alla gastaldia, e si erano iniziate le pratiche per la erezione di una chiesa nella località Villa Nova di Passarella, in vista dell’incanalamento del Piave che aumentava negli abitanti di quelle terre la difficoltà di approfittare della chiesa di S. Maria delle Grazie. Lo stemma Trevisan alla base del campanile fece credere ai più che l’erezione di questo fosse stata fatta a spese dello juspatrono, e anche di recente questo fatto fu interpretato come un segno della munificenza di non si sa quale membro della famiglia che portò il nome di Angelo.

Al curato Don Zuane Manfredo successero Don Pietro Giallo e Don Francesco Callegari. Sotto quest’ultimo si verificò la peste sterminatrice del 1630, 1631. Poco dopo (1637) avvenne la morte dell’ultimo dei discendenti maschi di Angelo Trevisan, ai quali esclusivamente la bolla di Sisto IV concedeva l’esercizio dello juspatronato della chiesa.
Nel 1636 la chiesa parrocchiale aveva già un secolo e mezzo e minacciava rovina.
Nel 1641 vennero fatti dei restauri radicali mercé il concorso generoso del popolo per la mancanza dello juspatrono. Il campanile invece si trovava in ottimo stato con un concerto di campane che meritò le lodi del Vescovo Marco II Morosini, qui in visita pastorale. Gli eredi Trevisan per parte di donne continuarono a presentare i candidati alla curazia al Vescovo, anche dopo estinto il ramo maschile, e così, senza alcuna eccezione furono nominati curati Don Francesco Bonzio nel 1640, Don Francesco Levanda nel 1643, Don Zuane Schiavon nel 1648, Don Sebastiano Saccardi nel 1698, D. Domenico Pizzolato nel 1740 ed altri.
Molti fatti del capitolo sopra furono tratti da un diligente riassunto di atti esistenti in vari archivi (fascicolo di 47 pagine di scrittura minuta della famiglia Da Mula, colla seguente epigrafe: Relazione di quanto si abbia per le carte intorno al juspatronato laico in S. Maria delle Grazie di Ss. Donà et Ermelio di Piave — Formata dalla debolezza di Giampiero Moretti — 1766 maggio in Venezia).

Dove porta il diritto di juspatronato

Nel 1697 però insorse questione tra la N. D. Cristina Da Mula, moglie di Domenico Contarini, discendente da Marina Trevisan in Cappello e Angelo Corner, discendente da Angela Trevisan, e con atto 18 febbraio fu convenuto fra loro, assenziente il Vescovo di Treviso Giovanni Battista Sanudo, veneziano, di alternare il diritto di presentazione dei candidati alla pievania incominciando la prima volta Angelo Corner, il quale presentò D. Serafino Saccardi. Verso la metà del 1815, quando l’ultima presentazione era stata fatta dalla famiglia Grimani, discendente dai Corner, tale diritto sarebbe spettato a Polissena Contarini Da Mula, vedova Mocenigo, quale discendente dalla famiglia Cappello, ma questa nobildonna permise che la presentazione venisse fatta da Matteo Fracasso, acquirente dei beni Grimani. In questo modo incredibile fu trascinato innanzi illegalmente questo abuso di presentazione dei candidati fino ai nostri dì, in cui si pretende trasfuso il diritto di juspatronato negli acquirenti dei beni Trevisan. E’ indubitato però che la bolla di Sisto IV ha limitato tale diritto ai discendenti maschi di Angelo Trevisan e Francesco Marcello, in corrispettivo degli oneri assunti della manutenzione perpetua della chiesa, sagrato e casa canonica. Di conseguenza l’abuso introdotto dagli eredi per via donne e dai successori per acquisto di beni, non può ritenersi come uso pacifico in buona fede. Perciò l'interpretazione arbitraria, fin qui tollerata, come contraria al diritto canonico, e particolarmente ai responsi del concilio tridentino, non ha alcun valore (e il voto legale del giureconsulto Spiridione Caluci, in data 2 febbraio 1835, emesso a richiesta di Carlo Corradini, venne alle stesse conclusioni). Il Vescovo avrebbe potuto nominare il pievano senza la presentazione del candidato fin dal 1637, ma essendogli sorto il dubbio che il popolo, il quale era ormai subentrato allo juspatronato negli oneri della Chiesa, un bel giorno potesse chiedere il godimento dei diritti relativi, preferì la presentazione illegale al pericolo lontano dell’elezione popolare (i candidati dovrebbero cioè sortire da un referendum).

Il 21 febbraio 1825 la famiglia Fracasso cedé alla famiglia Corradini lo juspatronato della chiesa e nel 1853 Carlo Corradini rinunciò al diritto. Tale rinuncia fu ripetuta pochi anni addietro dagli eredi di Corradini per poter dimostrare che non esistevano persone obbligate a mantenere gli edifizi per il culto divino secondo le leggi napoleoniche, qui tuttora in vigore; rinuncia che fu unita a una istanza diretta al Governo per ottenere un sussidio sul fondo per il culto onde affrettare il compimento del campanile attuale.

Ma intanto...

Con decreto 2 marzo 1720 della Congregazione dei Sacri Riti la Curazia fu elevata a Pievania, e questa nel 1725 ottenne il diritto di far uso delle insegne arcipretali esercitandone i privilegi relativi. Nel dì 20 aprile 1778 poi la chiesa fu insignita del titolo arcipretale perpetuo. Tre quarti di secolo dopo tale concessione fu designata a sede della Congregazione dei parroci delle chiese di Noventa, Campobernardo, Zenson, Fossalta di Piave, Croce, Losson di Meolo e Musile.
Troviamo che i successori dei Trevisan nel 1745 si rivolsero alla cancelleria vescovile per ottenere libri e filze dei Massari e Sindaci della scuola riferibili all’amministrazione della chiesa, mettendo innanzi la loro qualità di jusdicenti. Simile pretesa fu ripetuta nel 1761.

Spirito illuminista

A San Donà più che altrove, sul cadere del XVIII secolo, l’influenza della propaganda massonica delle idee di sovranità popolare, di libertà di coscienza, di diritti e doveri civili, distinti dai doveri e diritti inculcati dalla chiesa, si diffuse rapidamente, prova ne sia che il Vescovo Bernardino Marini nel 1791, seriamente impressionato per il numero esorbitante degli abitanti di questa terra che si rifiutavano di confessarsi, fu costretto a inviare sul luogo una speciale missione di esperti predicatori, i quali ebbero il loro bel da fare per vincere in parte la ripugnanza alle discipline ecclesiastiche.

La dominazione austriaca regalataci da Napoleone Bonaparte fu impotente a ristabilire la soggezione del popolo alla chiesa: lo scaccino, i birri e il quartesante duravano fatica per snidare i cittadini dai ritrovi e costringerli ad intervenire alle funzioni festive. Invano Napoleone tentò di puntellare coi chassepotes il poter temporale dei papi: le idee non mutarono strada, la formula cavouriana «libera chiesa in libero stato» prevalse anche qui. E tuttavia, se lo spirito si era fatto diffidente, la religiosità popolare reclamava un nuovo tempio.

La chiesa viene ricostruita

Nel 1821, auspice l'arciprete Monsignor Angelo Rizzi, che morì decano capitolare a Treviso con grandi onori, fu collocata la prima pietra dell’attuale chiesa sostituita a quella fabbricata dai Trevisan. Questo tempio era reclamato anche dall’aumento di popolazione, oltreché dalle condizioni rovinose del vecchio, che fu demolito. La costruzione del nuovo andò però per le lunghe e procedette soprattutto negli anni 1838-41 per opera di Giovanni Battista Meduna, che lavorò sul progetto di Antonio Diedo, il quale, riassumendo in tarda età il suo progetto avrebbe detto: "[la] ridussi a più ragionevoli dimensioni in confronto alla immane e pericolosa larghezza che aveva prima".
Al Meduna si deve anche il progetto del campanile, che sarebbe stato costruito posteriormente. La facciata però non venne eseguita. Il costruttore, capomastro Patrizio da Portogruaro, meritò infiniti encomi per la diligenza, ed ebbero lodi meritate i decoratori.
Alla fine la costruzione durò vent’anni. Nel 1842 avvenne la consacrazione solenne, compiuta dal vescovo Sebastiano Soldati.


La chiesa come appare da un rilievo del 1919, finalizzato alla ricostruzione del duomo distrutto

1856: la Festa Madonna del colera

La prima celebrazione solenne della Festa della Madonna del colera risale al 1856. L’anno precedente, infatti, ci fu a San Donà (come in altre parti d’Italia) una violenta epidemia di colera che, tra giugno e settembre colpì 145 abitanti, molti dei quali già indeboliti dalla pellagra e malaria, malattie comuni della maggior parte della popolazione rurale, dalla precaria situazione igienica. Nel solo Veneto si ammalarono ben 80.000 persone, metà delle quali con esito mortale. Questo morbo batterico arrivato dall’India ad inizio secolo, con primi casi in Italia nel 1835, sino ad allora non era certo sconosciuto nel nostro territorio. Infatti, due delle sei lanterne votive presenti nel Presbiterio del Duomo di San Donà portano la data del 1849: sono il voto dei sandonatesi durante una epidemia di colera. Ebbene, il 24 settembre 1855, dopo l’affidamento alla Vergine Maria, vi fu la cessazione improvvisa dell’epidemia, che fu accolta da tutti come un suo miracolo. Così il parroco mons. Giuseppe Biscaro (a San Donà dal 1853 al 1881, per essere destinato poi a Scorzè) istituì nell’allora unica parrocchia di San Donà la festa votiva della “Madonna del Colera”. La Vergine da allora viene dai sandonatesi venerata come donatrice di Grazie e, in particolare, per quella della liberazione dal colera.

Il campanile invece dovette attendere altro mezzo secolo

il suo compimento. Le campane, un concerto molto lodato, della fonderia Poli di Udine, vennero benedette soltanto il giorno 8 dicembre 1893 dal Vescovo Giuseppe III Apollonio. Chiesa e campanile son costati quattrocentomila lire circa, delle quali L. 250.000 di oblazioni private, L. 100.000 sussidio del Municipio, L, 25.000 concorso della fabbriceria e L. 25.000 sussidio del fondo per il culto. Il patriziato, che in quell’epoca rappresentava ancora il censo maggiore, non prese parte diretta, né si presentò come juspatrono. I tempi erano ormai mutati; la base della vita sociale non era più l’osservanza delle discipline ecclesiastiche, ma la fratellanza civile. Il Municipio poi fece collocare un orologio moderno sulla nuova torre campanaria, con quattro quadranti, della fabbrica Giovanni Frassoni di Lonato.
Ad abbellire la chiesa concorsero vari cittadini i cui nomi sono ricordati da epigrafi marmoree.

Nella cartolina qui sotto, stampata dopo la I Guerra Mondiale, vediamo com'era il duomo prima della guerra.

1916

Sul finire del 1916, nonostante il periodo difficile, furono installate sui sei lunotti le ultime vetrate artistiche.

Distrutto dalla I guerra mondiale

L'edificio rimase gravemente danneggiato durante la prima guerra mondiale

Qui sopra vediamo il vescovo Giacinto Longhin in visita al duomo devastato.

Il duomo fu sottoposto a un'opera di ricostruzione effettuata da Giuseppe Torres tra il 1919 e il 1923.
Davanti al duomo comparve una piazzetta, quella che in seguito sarebbe stata Piazzetta Trevisan.

Nel 1921 Pio Antonio Semeghini realizzò tre statue di cemento per la facciata del duomo: la Vergine, S. Pietro, S. Paolo.

Nel 1922 fu completato il campanile, sempre su progetto del Torres.

Marzo 1923: si celebra in duomo

Nella quarta domenica di Quaresima del 1923 – 11 marzo – i fedeli entrarono per la prima volta nel nuovo Duomo appena terminato. La chiesa era ancora spoglia e priva dei numerosi manufatti che sarebbero arrivati negli anni seguenti. Mancavano le dodici vetrate artistiche, le varie pale d’altare, i quadri della Via Crucis (anche se la sesta Stazione, di Rava è di quell’anno) e persino l’altare maggiore, che sarebbe stato predisposto l’anno successivo, su disegno del progettista del Duomo, l’architetto veneziano Giuseppe Torres.
Alcuni manufatti, invece, come ad esempio le due grandi acquasantiere, erano presenti in quanto recuperati dalla precedente chiesa distrutta nell’anno di guerra 1917-18.
C’era ovviamente il pavimento nello stile terrazzo alla veneziana a cinque colori, predisposto dalla ditta Zavagno di Spilimbergo.
Già presente era inoltre il reperto più antico presente in Duomo, ossia la lapide di fine quattrocento (o al massimo primi del cinquecento) che ricorda l’ottenimento del giuspatronato da parte dei nobili veneziani Marcello e Trevisan, fortunatamente scampata alle granate italiane della prima guerra mondiale.
All’esterno era presente il campanile, completato sempre su progetto di Torres l’anno precedente, il 1922. Ma non esisteva ancora il pronao. Infatti, l’approvazione della costruzione dell’atrio colonnato venne comunicata al parroco monsignor Saretta solo il 15 marzo di quell’anno.
Per queste due ultime opere architettoniche il Torres si ispirò a ciò che vedeva giornalmente a pochi passi dalla sua abitazione veneziana: il pronao della chiesa dei Tolentini e la torre campanaria del campanile di San Pantalon, sua parrocchia.

1924

L'altare di san Vincenzo Ferreri

Nel 1925 fu costruito l’altare dedicato a San Vincenzo Ferreri, progettato da Giuseppe Torres (l’architetto del Duomo) e offerto da Vincenzo Janna, facoltoso politico sandonatese, che volle farsi ricordare omaggiando il santo col suo nome. Era nella prima cappella a sinistra, quella che poi sarebbe diventata la cappella del battistero.


La lapide che ricorda la generosità del committente.

L'altare fu ornato di una pala realizzata dall'artista veneziano Cherubini.

La pala fu fornita a spese del Commissariato di Treviso e ritrae, oltre che san Vincenzo con l’abito domenicano, anche san Donato, san Liberale, san Marco evangelista e la Vergine Maria con Gesù bambino, ovvero tutti i patroni locali.
Così monsignor Chimenton descriveva la pala:
“La Madonna delle grazie campeggia in posto d’onore seduta su di un ricco trono, come una matrona; fra le sue braccia sostiene il Bambino. Riccamente vestita, in un atteggiamento dolce e delicato, unitamente con il suo Figliuolo Divino volge il suo sguardo verso i Santi che stanno ai piedi del suo trono, e verso i fedeli che presentano le loro venerazioni: sembra ripetere che la sorgente della sua grandezza e dei suoi trionfi è nella Divina Maternità. Dietro il trono della Vergine, sullo sfondo che si allunga come in una visione di panorama, si scorge il nuovo tempio di S. Donà di Piave, ultimato in tutte le sue parti, anche nel suo nuovo pronao, e il campanile. Ai piedi del trono della Vergine stanno i Santi patroni della cittadina, che ricordano la diocesi di Treviso e la vecchia Gastaldia di S. Donà: S. Liberale, che regge lo stendardo del Comune di Treviso, è in atteggiamento di perfetto guerriero, dalla divisa romana, e la corazza sul petto (…); San Vincenzo Ferreri, nel suo abito domenicano (…); S. Donato Vescovo sostiene nella sua destra il pastorale e nella sinistra il libro del Vangelo: è la figura solenne del patrono della Gastaldia; S. Marco evangelista, austera figura di pensatore e d’inspirato (…): seduto su d’un masso, ha presso di sé il fulvo leone, simbolo della gloriosa repubblica di Venezia.”

L’artista
Giuseppe Cherubini era nato ad Ancona nel 1867 Nella città lagunare (di cui sarebbe diventato cittadino onorario nel 1947) aveva e avrebbe eseguito opere di grande valore in alcune chiese e nei teatri Malibran e La Fenice. Realizzò altre opere nella Chiesa del Santo a Padova e ad Aquileia.
Aveva partecipato alla Biennale di Venezia nel 1905 e avrebbe partecipato a quella del 1926. A una delle prime biennali un suo acquerello fu acquistato da Vittorio Emanuele III, Re d’Italia.
Tutti i giorni, alle prime luci dell’alba, era solito mettere il cavalletto in Piazza San Marco. D’Annunzio apprezzava la sua pittura tanto da ravvisarne, in una dedica, “il presagio d’un nuovo meriggio della pittura veneta”... Insomma, Cherubini aveva fatto colpo su due tromboni come il Chimenton e il Vate.
A Venezia sarebbe morto il 31 gennaio 1960.

1936: la via principale del paese ha preso il nome di "via Roma"

1937: è comparsa la fontana quadrata


La lunetta di Bepi Galletti (1940)

Nell'autunno del 1940 fu completata la lunetta sopra il portale d'ingresso.
L’annuncio dell’imminente completamento di quest’opera venne dato nel Foglietto Parrocchiale del I settembre 1940:

“Qualcuno si chiederà: quando finirà il dipinto che sta nascosto dietro l’armatura, sopra la porta maggiore? Siamo lieti di poter dire che ormai il lavoro è quasi perfetto e ci pare anche di poter assicurare che il grande quadro sarà veramente il poema sacro della Parrocchia di S. Donà verso la celeste Protettrice. Fin d’ora ci rallegriamo col giovane ma valente prof. Giuseppe Galletti, che in quest’opera afferma trionfalmente le sue preziose doti di artista cristiano.”

Il valente artista aveva ventinove anni.

Qualche settimana dopo, mons. Saretta (anche lui ritratto nella lunetta) descriveva l’articolata scena sacra nel Foglietto Parrocchiale del 13 ottobre 1940:

“È la grande pittura della lunetta sovrastante la porta principale della nostra Chiesa: Opera del giovane concittadino prof. Beppi Galletti, figlio del cav. Idillio. L’idea che l’artista ha voluto esprimere è veramente il poema della devozione di S. Donà verso la Vergine santissima e i Suoi Santi Protettori.
Nel mezzo del grandioso quadro troneggia appunto la Madonna, che stringe al petto il figliuolo divino.

Alla sua destra e sinistra campeggiano maestosi, in piedi, S. Donato e S. Liberale, il protettore della Parrocchia e quello della Diocesi.
S. Liberale sostiene la Chiesa, che rappresenta la Parrocchia, ed è in atto di affidarla all’Arciprete, che è proteso ai suoi piedi, attorniato dal Clero.

S. Donato Vescovo contempla con compiacenza la scena che si svolge e anch’egli è attorniato da varie categorie di fedeli, uomini, donne, bambini, religiosi, tutti protesi verso la Madre.

Anche un incredulo, di fronte a una manifestazione così calda di fede, esortato dal Religioso che gli sta vicino, è scosso e si associa all’omaggio della folla.
Il Pittore ha sentito profondamente questo poema di fede e di amore e l’ha espresso con rara potenza.
Le difficoltà provenienti dalla moltitudine delle figure e dai loro diversi atteggiamenti sono state superate con molta perizia, e il quadro appare una unità bene fusa e portata ad esprimere l’unico concetto dominante. Tutti i personaggi nella loro varia grandezza, posizione ed espressione sono fatti servire per esprimere plasticamente l’idea centrale: la Parrocchia protesa verso i suoi Protettori celesti (specialmente verso la Vergine), e i Protettori benevoli e pronti verso i loro devoti.
Il pittore, pur servendosi di schemi tradizionali dell’antica Scuola Veneta, ha saputo esprimersi in forma originale, e senza accettare le bizzarrie e le stranezze di certe correnti ultra moderne, ha saputo rendere in maniera squisitamente moderna e aderente alla nostra sensibilità i pensieri e i sentimenti della sua vita e della vita religiosa di tutto il popolo.
L’aspetto dell’assieme è piacevole assai per la indovinata distribuzione di masse, per la colorazione veramente superba, per la vita che anima tutti i personaggi.
Con questo lavoro, lo diciamo con gioia, l’artista si è rivelato un Maestro nell’arte divina dei colori.”

L’Artista – dice Marco Franzoi, che ha curato la presentazione della lunetta sul sito della Parrocchia - sembra essersi ispirato ad altre due opere presenti nel Duomo: la vetrata di S. Tiziano e S. Donato e la pala d’altare del Cherubini. L’opera presenta una costruzione simmetrica ed è suddivisa in tre settori da due colonne. Il pastorale del vescovo e l’asta della bandiera del santo guerriero sono inclinati specularmente (qui l’Artista potrebbe essersi ispirato alla vetrata della cappella feriale) a formare una grande “V”; questi poi, assieme alle due colonne verticali, sembrano comporre anche una grande “M”, le iniziali della Vergine Maria.

Altre tre statue sulla facciata

Nel 1956 vengono collocate le tre statue inferiori della facciata, pagate da una famiglia di San Donà.

1961

1962: il retro del duomo visto da piazza Rizzo

Anni Sessanta: il duomo e la piazza a colori