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Storia di San Donà
attraverso foto e documenti
(Busta 136 anno 1927 “Alienazione molino e forno comunale” 5.1) Nel 1890 il mappale N. 1438 figurava intestato alla ditta Trentin Giorgio, Antonio, Giuseppe, Vittorio fratelli
fu Giorgio proprietari e Bortolotto Elisa fu Giuseppe usufruttuaria in parte.
Nel 1893, il 10 marzo, petizione n.10, per instrumento di cessione, 12 febbraio N. 771 del notaio Voltolina,
il mappale 1438 passò alla Ditta Trentin Giorgio Antonio Giuseppe Vittorio fratelli fu Giorgio.
Perché ci interessano le sorti di questo mappale 1438? Perché è il terreno sul quale sorgeranno il forno e il mulino comunale. Il Comune acquista l’area Il 7 settembre 1906, un venerdì, nella casa del signor ingegner Edoardo Magello in via Rialto Iesolo,
avanti al notaio Avv. Renato de Colle fu Cavalier Odorico, residente in San Donà, e in presenza
dei testimoni Odoardo Gnudi fu Marco, segretario Comunale, nato a Bologna, e Tullio Paoletti ingegnere Civile,
nato a Venezia, entrambi domiciliati a San Donà, comparvero i signori Magello Edoardo fu Antonio, ingegnere civile,
nato a Mirano Veneto e domiciliato a San Donà, e il signor Callegher Giuseppe fu Luigi,
possidente nato e domiciliato a San Donà, che intervenne in qualità di Sindaco del Comune di San Donà di Piave.
Il perfezionamento dell'acquisto avveniva nel 1907, il 1° gennaio, quando, con petizione numero 2, il mappale numero 1438 veniva frazionato in 1438a e 1438b, passando il 1438a, con contratto di compravendita, al Comune di San Donà di Piave. Nel 1911 il 14 marzo per ordinanza intendentizia N.4662-333 il mappale numero 1438a veniva sostituito
dal numero 1438-X e passato al catasto urbano.
Perché un forno e un molino comunali?
Esisteva tuttavia un'altra realtà meno esibita che toccava i braccianti poveri e i contadini che non avevano nemmeno la possibilità di alimentarsi sufficientemente. Essi tentavano di lenire la fame alimentandosi persino con la polenta avariata che di solito veniva data agli animali; ma è noto che chi si ciba solo di quella, senza arricchire la dieta di vitamine, va incontro alla pellagra, la malattia delle 3 d (dermatite, diarrea, demenza), un vero e proprio flagello sociale poiché quando raggiungeva il cosiddetto Terzo stadio diveniva irreversibile e si aprivano per le donne il manicomio dell'isola di San Clemente di Venezia, per gli uomini il manicomio di San Servolo sempre di Venezia e per i casi meno gravi il 'Costante Gris' di Mogliano. La grande alluvione del 1882 aveva peggiorato la situazione. Si cercò di lenire le sofferenze della popolazione attraverso l’istituzione di una Cucina Economica (nell'antica sede municipale ) e, a seguire, di una Locanda Sanitaria (posta dietro l'attuale Centro Culturale Leonardo Da Vinci). La prima, aperta a tutti, dava ai poveri gratuitamente al giorno una minestra e un pezzo di pane, che potevano essere mangiati anche altrove; la seconda ospitava un numero contenuto di ammalati, solo pellagrosi, che per 80 giorni seguivano una alimentazione che doveva essere consumata sul posto. Le spese (che raggiungevano le 24.000 lire, somma considerevole) erano obbligatorie per il Comune ma i risultati erano modesti poiché una alimentazione migliorata per soli 80 giorni non poteva essere risolutiva. Di qui la ricerca di altre strade per colpire la malattia. In quel fatidico 1882 il sindaco Giorgio Trentin e l'assessore Pavanetto si inventarono contro la pellagra il Forno Cooperativo, che producesse un pane di buona qualità a prezzi contenuti; il Comune, facendosi socio del Forno attraverso l'acquisto di un certo numero di azioni, di fatto permetteva ai poveri operai e contadini (assistiti attraverso la Congrega di Carità) di accedere a prezzo calmierato al pane prodotto. Il forno ebbe inizialmente successo ma dopo alcuni anni venne chiuso per contrasti tra la Giunta Provinciale Amministrativa di Venezia e i gestori del forno stesso. Il Comune decise allora la costruzione di un forno di proprietà che fornisse pane di buona qualità a prezzi contenuti accessibili a tutti. Si trattava di una "rivoluzione sociale" nei costumi alimentari, che imponeva di approfondire gli studi economici e sociali per l'esercizio diretto di questo servizio pubblico. La Giunta Provinciale Amministrativa era però contraria alla costruzione del forno perché paventava che il Comune si indebitasse oltremisura; suggeriva piuttosto la costituzione di una cooperativa; al massimo la costituzione di un calmiere dei prezzi. Solo alla fine del 1906, vinta l'opposizione della Giunta Provinciale Amministrativa che suggeriva l'utilizzo di un’area in Foro Boario già di proprietà comunale, il Comune acquistò dall'ingegner Edoardo Magello il terreno di mq. 977,50 (a £. 2 al mq) in viale Regina Margherita (ora Viale della Libertà). Dal momento dell'acquisizione del terreno all'edificazione del forno progettato dall'ingegnere comunale Gio Batta Bernardi (anni nei quali si dibatté come costruire il forno e come amministrarlo) passarono ancora due anni. Finalmente il 30 maggio 1908, terminate le pratiche burocratiche e ottenuto un mutuo di 30.000 lire, il Consiglio Comunale deliberò l'appalto della costruzione del forno, i cui lavori vennero affidati con licitazione privata al capomastro Vincenzo Bortolotto. GioBatta Bernardi aveva redatto solo un progetto di massima; nel frattempo l'Amministrazione aveva deciso di aggiungere al forno il mulino per controllare la filiera della produzione del pane... e quando finalmente nel 1908 giunse il momento di costruire forno-e-mulino, non essendo più Bernardi tra i vivi, fu necessario incaricare il nuovo ingegnere comunale Tullio Paoletti di elaborare in fretta il progetto esecutivo. Intanto erano già arrivate a San Donà le macchine acquistate in saldo alla fiera di Padova:
e mancava la betonata di base per il pavimento, mancava uno dei due pozzi (ne servivano due, uno per le macchine
e una per l'acqua della panificazione), e non era stato progettato l'impianto di illuminazione. Coloro
che avevano trasportato i macchinari a San Donà si trovarono di fronte a un cantiere aperto,
che li costrinse all'attesa di giorni, che si pretendeva venissero pagati. Si accese una discussione
tra la Commissione Amministratrice del forno e le ditte. Per lungaggini burocratiche, lo stesso costruttore
Vincenzo Bortolotto si troverà costretto a portare in giudizio il Comune di San Donà per la mancata
liquidazione di £. 27.875,37. Il tribunale di Venezia condannerà il Comune a pagare i lavori eseguiti
da Bortolotto e anche le spese processuali, cosa che aumentò ulteriormente il deficit della Commissione Amministratrice.
Tutto questo portò a una lievitazione dei debiti con un disavanzo di ben 22.091,68 lire.
La situazione economica, assai critica, suggerì al Prefetto di Venezia di mandare a San Donà tal Scarabellin, rinomato ragioniere libero professionista, per condurre un'inchiesta sulla situazione economica del forno municipale. La Commissione Amministratrice, offesa per l'iniziativa del Prefetto che sembrava alludere a una amministrazione poco trasparente, minacciò di dimettersi in blocco, se non si fosse almeno revocato il termine "inchiesta". Da sempre i politici si impiccano alle parole. L'avvocato Pasini convinse la Commissione a soprassedere. In seguito alla deliberazione Consigliare dell'8 dicembre 1910 la Commissione Amministratrice del Panificio comunale
veniva comunque dichiarata sciolta: la Giunta Municipale assumeva la direzione dell'azienda con decorrenza
1° gennaio 1911. Le ragioni del provvedimento risiedevano nella convinzione che le rilevanti perdite
(nella gestione 1909 avevano raggiunto la cifra di L. 6.798,95 e nel 1910 quella di L. 6.860,41) non dipendessero
dalla istituzione in sé stessa o dalla scarsa richiesta di pane, ma dalla irregolarità della gestione
e da una eccessiva larghezza nelle spese, ovvero da una direzione (quella di Augusto Biondo)
non all'altezza del ruolo.
L'annuncio che il bilancio del 1911 sarebbe stato in passivo, anche se con un disavanzo per nulla pesante, spinse la Giunta Comunale a riconsiderare la sostenibilità del forno comunale: valeva la pena? L'unico che ancora ci credeva era Giuseppe Callegher che a suo tempo, da sindaco, ne aveva patrocinato la nascita. Impossibilitata a nominare una nuova Commissione Amministratrice, la Giunta avocò a sé i servizi del panificio-mulino affidandone la gestione provvisoria a un tecnico di grandi capacità imprenditoriali nella persona di Aurelio Gusso, il quale chiedendo 150 lire al mese e il 50% dei guadagni, faceva una proposta che, visti i risultati degli anni precedenti, sembrava al Comune conveniente.
Il 17 gennaio 1912 Gusso diventava direttore del forno-mulino mentre il 14 febbraio del 1912 ne assumeva l'affittanza a lire 6.500 annue sino al 31 dicembre 1917. E fu la guerra e fu Caporetto; San Donà si ritrovò in prima linea, con la conseguente distruzione di moltissimi immobili. In quel periodo Aurelio Gusso prestava servizio militare a Roma. Quando nel novembre del 1918 la vittoria gli consentì il ritorno a San Donà, il forno-mulino era tutto da ricostruire. Nel 1920 ricevette l'incarico di riprogettarlo l'ingegner Camillo Puglisi Allegra (l'artefice della ricostruzione di San Donà), mentre soltanto l'anno successivo i macchinari vennero montati grazie all'intervento del Ministero delle Terre Liberate.
Furono anni di intenso lavoro in cui Aurelio Gusso rinnovò il contratto d'affitto sino al 1928 per lire 18.000 annue. Ora, nei suoi piani urbanistici Camillo Puglisi Allegra suggeriva di ricollocare il vecchio macello – allora posto lungo l'attuale via Gorizia e reputato da tutti (in particolare dal veterinario comunale Giacomo Carletto) antiigienico e troppo vicino al centro – alla fine della neonata via Trento, vicino allo spazio che doveva essere adibito a nuovo Foro Boario; l'unica possibilità per realizzare questo spostamento senza attardarsi nelle lungaggini dei mutui era vendere una proprietà comunale; il panificio-mulino si prestava benissimo a questo scopo per cui, nonostante le contrarietà della Giunta Provinciale Amministrativa che vedeva nella fittanza un reddito sicuro per il Comune, si iniziarono trattative con Aurelio Gusso, che il 3 gennaio 1925 lo acquistò dal Comune per £. 225.000.
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