Sindaco

Granfino Maraccon (1939-2022)

Una fenomenologia

Dopo che la bufera di Tangentopoli aveva reso, con l'intera classe politica nazionale, anche quella locale di colpo impresentabile, nella Città delle Bave era stato eletto sindaco un “esterno”, un professionista strappato controvoglia al suo lavoro di molatore di lenti: Granfino Maraccon, gigante senza statura (portava sempre stivaletti con il tacco prima ancora che venissero nobilitati dal gran Silvio) che per i cinque anni di mandato non fece che ripetere che la poltrona di primo cittadino, oltre che scomoda, era un'immane scocciatura (le parole da lui usate in varie occasioni furono sempre in verità meno raffinate) e lui non vedeva l'ora di tornare alla sua professione.

All'avvicinarsi della fine del suo quinquennio, spuntò di nuovo il dilemma (raramente nel bipolarismo si giunge al trilemma) del chi avrebbe candidato chi. Mancavano diversi mesi alla data fatidica e già tutti i partiti cominciavano a fare i nomi dei papabili: per vagliarli, per ‘bruciarli', o per renderli nel frattempo popolari. Soprattutto erano tornati a circolare i nomi che giravano sulle bocche di tutti prima di Tangentopoli, confermando taluni del fatto che la politica è destinata a esser sempre una professione e preoccupando gli altri per la medesima ragione.

Granfino Maraccon, disgustato dalla politica, sentendo i nomi che venivano fatti, fu tentato di rimanere, di ricandidarsi, ma ormai aveva dato la sua parola, e alla sua parola ci teneva: un mandato e non più.
Eppure, se si fosse ricandidato, sarebbe stato di nuovo il favorito: in primo luogo perché, come accade dappertutto, il sindaco uscente sfrutta inevitabilmente la notorietà raggiunta e la visibilità di cui ha goduto in cinque anni, e a meno che non abbia compiuto tante e tali abnormità nell'esercizio del suo mandato da rendere improponibile la sua ricandidatura in generale viene rieletto; e Granfino Maraccon di abnormità non ne aveva commesse, se non sul piano della comunicazione. In secondo luogo perché, proprio grazie agli strafalcioni della sua comunicazione, egli aveva convinto tutti della sua onestà: il suo punto debole, le sue ripetute voci dal sen fuggite, si era incredibilmente rivelato il suo punto forte. Se inizialmente, infatti, le sue raffazzonate conclusioni avevano sollevato vespai di polemiche, in realtà avevano permesso di conoscere l'uomo, coi suoi limiti e le sue velleità, ma pure con le sue qualità di onestà e spontaneità. Era per onestà che, pur avendo egli dichiarato che non intendeva assolutamente ricandidarsi, quando il partito gli aveva paventato la candidatura di un collega che egli giudicava una jattura per la città, era stato quasi sul punto di recedere dal proposito, convinto che la città non fosse in grado si sopportare quell'altro male. Di fronte a una tale prova di forza, il collega di partito aveva fatto marcia indietro, Granfino s'era rincuorato e ora si apprestava a mantenere la propria promessa.

Accettando da profano la candidatura cinque anni prima, dopo aver ingenuamente confessato di non sapere nulla di politica (ma agli occhi dei suoi sostenitori era il merito maggiore, ed era improbabile che fosse diabolica astuzia), egli aveva mirato soprattutto a dimostrare di essere un vero uomo, un òn, come si dice nel Veneto, senza bisogno dell'aggettivo, un òn che sapeva il fatto suo e non aveva bisogno di render conto del suo operato perché lavorava onestamente, perché dopo tanti che avevano parlato ora serviva solamente agire.
Schiavo di questo ritratto interiore, o dell'idea, diffusa tra i suoi elettori, che gli attori e gli oratori sono mezzi uomini perché i veri uomini invece non hanno tempo da perdere in chiacchiere ma agiscono, fin dalle sue prime dichiarazioni Granfino aveva dimostrato di non tenere in considerazione l'opinione pubblica; non per superbia, sia ben chiaro, ma perché nella sua onesta visione del mondo egli non possedeva il concetto di opinione pubblica: la confondeva col pubblico, che egli non stimava perché i òmeni (che lavorano) non si confondono mai in un pubblico (che ascolta, osserva e dunque non lavora). Di fronte a una platea gremita o a una telecamera egli non parlava mai all'impersonale ‘pubblico' che gli stava di fronte, perché non aveva tempo da perdere con chi appunto non stimava, ma piuttosto all'amico che gli aveva rivolto la domanda, o, se non era un amico, sempre e comunque alla persona che aveva vicino: il conoscente, l'avversario, il giornalista, l'intervistatore che dev'essere malizioso se fa di tutto per non arrivare a condividere il suo punto di vista. Per tale motivo il suo modo di rivolgersi all'interlocutore era sempre diretto: l'unica precauzione che in pubblico adottava era di evitare il rosario scurrile di termini usualmente allogati nelle mutande che per la gioia degli amici non lesinava in privato.
Del pari non era incline a tener conto delle ambiguità che una certa affermazione può avere, ovvero del duplice significato che a volte può contenere, o delle interpretazioni laterali cui essa può dar adito. Così, nell'affermare che non serviva nessun asilo nido se le donne, “inveze de 'ndar lavorar”, rimanessero in casa ad accudire i figli, si capì, appena si conobbe meglio l'uomo, che egli non intendeva minimamente negare le difficoltà che incontra una coppia giovane con dei piccoli a sbarcare dignitosamente il lunario, e non intendeva nemmeno negare le giuste aspirazioni alla realizzazione nel lavoro da parte di chicchessia; semplicemente dal suo punto di vista egli intendeva dire che realizzarsi nella maternità e nell'educazione dei figli è per una donna un compito nobilissimo, che egli ammirava sinceramente; e che per un bambino l'ideale è sempre avere la sua mamma vicino, come ne ebbe lui la fortuna.
Certamente Granfino Maraccon difettava di complessità nel ragionamento e da lui non si udirono mai perifrasi: non poteva usarle, perché i suoi elettori stanchi del politichese, lo avevano eletto la prima volta perché parlasse in maniera chiara e univoca. Del resto, non sapendole usare, era avvantaggiato e risultava convincente perché in fondo i suoi elettori gli chiedevano di dire le cose esattamente nell'unico modo in cui le sapeva dire..

Solo quando c'erano di mezzo la Chiesa e i preti egli sentiva che la sua franchezza era un poco deficitaria: a un rivale politico si può rinfacciare di non parlar chiaro, a un prete no, perché la religione è comunque un mistero. Nell'impossibilità di essere brusco, non riusciva tuttavia a nascondere il fastidio e l'impazienza che la gente di media cultura manifesta nei confronti della talvolta untuosa prosa pretesca: in quei casi preferiva evitare il contraddittorio ed eclissarsi. Quando arrivò il cardinal Tonini a San Donà a tenere una conferenza in occasione del Cinquantenario dell'Istituto San Luigi, in quanto primo cittadino egli lo accolse e lo presentò frettolosamente al pubblico; ma immediatamente accampò impegni a casa che gli impedivano di assistere all'intero dibattito; non sarebbe rimasto nemmeno al tavolo del dibattito, ma si accomodò umilmente vicino alla porta d'uscita, per potersene andarsene senza disturbare qualora non gli fosse stato più possibile rimanere. Ma quando, dopo che da due ore e mezza l'AFFabile e AFFabulante Tonini stava ancora parlando, egli si ritrovò ancora in piedi sulla porta, AFFascinato ad ascoltarlo, e Tonini scherzosamente e AFFettuosamente lo rimproverò e lo perdonò per la sua bugia, dopo tanti ‘AFF' egli dentro di sé probabilmente lo mandò a sua volta aff..., ma poté, sinceramente toccato e divertito dallo sgammo, quasi purificato dall'evidente muta confessione, tornare sul palco e abbracciare il cardinale. E il pubblico applaudi perché riconobbe l'onestà dell'uomo che non sa mentire e che viene squagliato appena ci prova.
Nessuno perciò pensava che il piccolo Granfino raccontasse delle balle, ma la maggior parte delle persone riconosceva anzi in lui la saggezza popolare diffusa, abile in questo caso a inventare scuse per non assistere a un incontro barbogio, ma pronta a confessare l'errore e a rimanere in compagnia quando lo stesso spettacolo si riveli divertente e interessante. Il gesto sincero gli permise anche di dimostrare di non essere prevenuto nei confronti della religione.
In altre occasioni, pur dichiarando di non essere praticante, ammise di condividere e di sostenere con convinzione le attività di carattere religioso, perché, seppur lontane dalla sua sensibilità, tuttavia non avevano fini maligni. Richiesto di un'opinione sul giornale diocesano che apriva una sede nel suo Comune, il buon Maraccon confessò candidamente di non leggerlo, ma poté tranquillamente dichiarare che era senza dubbio un ottimo giornale perché lo leggeva sua nonna, che egli stimava immensamente, e perché le pochissime volte che aveva letto gli articoli che lo riguardavano, non vi aveva trovato fronzoli o falsità.
Falsità era per lui anche la complessità che a volte ricorre a giri di parole: nulla infatti egli aborriva quanto la falsità e i giri di parole. La prosa elaborata lo stancava e lo infastidiva. Probabilmente aveva udito parlare di Proust, ma certamente non l'aveva letto. La sua immediatezza, il suo ragionamento lineare, quasi da logica elementare, che in politica sono considerati una forma di debolezza o di poca lungimiranza, in lui erano elevati a dote. Incapace di ricorrere ad artifici retorici o d'eloquenza, raramente preparava i suoi interventi; non aveva bisogno di sapere in anticipo il carattere delle persone che andava ad incontrare perché non aveva eventuali strategie da attuare per convincerle. La politica non era l'arte del possibile, e la forma del dialogo era miseramente soltanto forma, mentre ciò che contava era, esclusivamente, la sostanza. Così, se doveva incontrare la responsabile di un'importante associazione sandonatese, che egli non aveva mai visto prima, poteva con tutta la naturalezza del mondo chiedere all'usciere: “Éa questa 'a fémena?” e avutane la conferma, andare da lei sinceramente motivato a discutere la questione oggetto dell'incontro. Per questo Granfino Maraccon era tranquillizzante, perché faceva sorridere, perché non provocava in nessuno complessi d'inferiorità, perché in lui era annullato il conflitto tra essere e dover essere.
Il suo lavoro di costruttore di telescopi e strumenti ottici di precisione, ereditato dal padre, gli attirava le simpatie degli uomini di scienza e anche quelle di chi crede nell'astrologia poiché Granfino, facendo una battuta, disse che aveva possibilità concrete di vedere dove ‘andavano' gli astri.
La sua passione sportiva per la caccia, che egli praticava con regolarità e successo come garantivano coloro che avevano visitato la sua bella casa, internamente tappezzata fino al soffitto di capi di cinghiali e di cornuti cervi come nelle migliori vignette, gli attirava le simpatie del mondo venatorio, e per endiadi, quelle dei pescatori.
Rimanevano le sue gaffe; ma poiché tutte nascevano da atti di sincerità non mascherata, egli risultava rassicurante. E chi, meglio di una persona rassicurante può sedere sulla poltrona di Primo Cittadino? Per tali motivi Granfino Maraccon, qualora avesse deciso di ricandidarsi, aveva, tra le altre cose piene, la rielezione nelle mutande. Ma la parola dei òmeni è una e lui – per fortuna – aveva deciso di non farlo.

CARLO DARIOL
“Fenomenologia di Granfino Maraccon”
in “La città delle Bave”.
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