In molti lo ricorderanno perché fu a lungo direttore della sede sandonatese della Cassa di Risparmio di Venezia
(in particolare ai tempi della difficile vertenza Papa); altri lo ricorderanno per essere stato uno dei promotori della nascita
della sezione sandonatese del Lyons Club; altri ancora per essere stato tra i fondatori della sandonatese Università della Terza Età (l'Uniper);
altri ancora per... e potremmo continuare per mezza pagina, perché Livio Trevisiol davvero si spese per la comunità in molteplici direzioni, e
di tante iniziative fu promotore e instancabile sostenitore. Ma tutti lo ricordano perché fu una persona perbene. Sì: Livio Trevisiol
fu unanimemente riconosciuto come una persona perbene.
E io posso vantarmi del fatto che egli mi fu amico, e mi trattò sempre con una finezza incredibile, tratto distintivo del suo carattere.
I Trevisiol erano originari di Eraclea, poi la famiglia di Livio si trasferì a Musile. Livio nacque a Musile nel 1926, per la precisione a Caposile.
Il papà di Livio, Francesco, noto fascista, era trasversalmente rispettato perché persona corretta;
potendo, grazie al suo ruolo, dare una possibilità di lavoro a chi un lavoro non l'aveva - perché chiamava i lavoratori a giornata - esercitava
questo potere con equanimità e attenzione, e per questo era tenuto in considerazione e rispettato anche dai comunisti.
Tale rigore morale il figlio respirò.
Il giovane Livio fu grande tifoso del Venezia, nel periodo che il Venezia era in serie A (anni '40); Livio giocava a calcio,
poi si fece male e lasciò lo sport.
Diplomato ragioniere all'Istituto "Paolo Sarpi" di Venezia, ottenne i primi guadagni facendo lavori di ragioneria: teneva i conti,
per varie persone e ditte di San Donà; ma di più amava scrivere e avrebbe voluto fare il pubblicista;
all'aleatorietà del lavoro di giornalista fu costretto a preferire la sicurezza del lavoro in banca.
Fu il fratello di Gabriella, la ragazza che aveva preso a frequentare, a presentare Livio al signor Toniolo,
vicepresidente della Cassa di Risparmio di Venezia.
«Toniolo - avrebbe in seguito ricordato Livio - era una bella testa», era entrato in banca ancora prima di diplomarsi, e in seguito sarebbe diventato direttore
della Cassa di Risparmio. Livio cominciò a lavorare Mestre, poi a Cavarzere, a Mirano.
Nel 1967 sposò la sua Gabriella, e i due andarono a vivere a Chioggia, in un appartamento messo loro a disposizione dalla Cassa di Risparmio.
Bello fu il periodo di Chioggia, ricorda Gabriella. Lì nacque il primogenito, Francesco. Quindi Livio fu trasferito a Dolo,
periodo in cui nacquero Elena e Chiara. La famiglia tornò poi a vivere a Chioggia: la banca lo spostava spesso di filiale, lo mandavano "a sistemare le cose".
Nel 1976 nacque la quartogenita Barbara (all'ospedale di Padova, mentre la famiglia risiedeva a Chioggia), e subito dopo Livio fu mandato a San Donà
perché anche la Cassa di Risparmio di San Donà (la cui sede è in piazza), aveva bisogno di una aggiustatina: sotto il direttore precedente
la filiale sandonatese aveva perduto appeal e navigava in acque incerte. E da direttore della filiale sandonatese della Cassa di Risparmio di Venezia,
al cui capo rimase tanti anni, ebbe modo di lavorare e di fare tantissimo per la città.
A settembre del 1976 la famiglia Trevisiol entrò nella casa nuova in via Piranesi, al nascente Villaggio San Luca.
La famiglia in verità dovette sistemarsi per qualche settimana in albergo perché la casa nuova non era ancora finita,
«si sentiva ancora l'odore delle pitture e delle vernici».
Nel 1979 Livio fu tra i fondatori dell'Uniper, l'università della Terza Età, insieme con Gian Mario Portale e la moglie di lui.
Il 2 giugno 1980, con decreto del Presidente della Repubblica, Livio fu nominato cavaliere dell'ordine al merito della Repubblica Italiana,
pergamena firmata dal presidente Pertini e controfirmata dal ministro Cossiga. La comunicazione ufficiale gli arrivò il 24 ottobre 1980
e il diploma gli fu fatto pervenire dalla Cancelleria dell'Ordine al Merito della Repubblica il 19/2/1981.
Non si sa chi avesse caldeggiato la nomina di Livio a Cavaliere, ma non dovevano essere pochi quelli che volevano per lui questo riconoscimento.
Oltra la banca Livio ebbe tantissimi interessi; uno dei temi più urgenti in quegli anni era quello dell'Europa unita,
che muoveva allora i primi passi; nel maggio 1986, da presidente del Lions, accompagnò una selezione di studenti delle scuole superiori di San Donà
(il Liceo Galilei scelse i migliori delle classi terze e quarte, l'Istituto Alberti adottò criteri più... larghi) a Strasburgo, al neonato parlamento europeo,
e fu in quell'occasione che lo conobbi: persona amabile, rispettosa, stimolante, attenta, colta.
Poi, in qualità di presidente, Livio seguì l'Accademia Marusso. Con lui ebbe l'avvocato Beniamino Montagner come aiuto amministratore,
suo amico d'infanzia nonché grande collezionista di pittori sandonatesi, ossia dei vari Franco Batacchi, Adriano Pavan, Cesco Magnolato.
Livio contribuì alla nascita e al successo del Premio Pavan: fu lui a chiedere i soldi alla Banca e a farli avere al geometra Pavan,
che anche grazie al Premio dedicato al figlio Costantino avrebbe guadagnato una certa fama in città. Livio, infatti,
in quanto direttore della filiale sandonatese, aveva un certo spazio di manovra per gestire i finanziamenti,
e in generale aveva un certo fiuto nello scegliere a chi destinarli; diversi imprenditori si impiantarono grazie ai prestiti iniziali
della Cassa di Risparmio: Livio sapeva riconoscere la stoffa di chi gli chiedeva il prestito; e lo concedeva anche senza vere e proprie garanzie,
fidandosi della propria opinione. Allo stesso modo negò il prestito della banca a certuni che parevano dare un sacco di garanzie,
ma che a lui non davano affidamento. Ci fu un tale che si presentò con tutte le quietanze e le referenze possibili,
lui gli negò il prestito, quello si rivolse ai superiori di Livio, che lo obbligarono a concedere il prestito, che si rivelò un errore
perché il referenziato fece un clamoroso buco nell'acqua e mai restituì il prestito ricevuto.
Fu presidente del Lyons, in due tornate diverse, e anche in quel ruolo si rivelò a volte scomodo perché era molto schietto.
Provò a diventare Governatore del Distretto 108 (Padova, Treviso e Venezia) e non ci riuscì, e quello fu un suo grande rammarico.
Durante la sua Presidenza fondò il Lyons Club di San Stino. Per una decina d'anni curò la pubblicazione del notiziario del Lyons (Informare).
Scriveva l'editoriale (Faville di braciere), e lo faceva con piacere, in fondo da giovane avrebbe voluto fare il giornalista.
Fu per due anni presidente (non retribuito) della Casa di Riposo: rifiutò lo stipendio perché secondo lui quell'impegno era volontariato
e gli amministratori non dovevano percepire nulla. Quando si insediarono i nuovi amministratori, di tutt'altro avviso,
la prima cosa che fecero fu di istituire degli stipendi.
Fu presidente del Banco Santo Stefano di Portogruaro, e anche lì gli fu riconosciuto l'ottimo lavoro.
L'impegno suo si dispiegava in tante direzioni: fu presidente del Consiglio di Istituto del Liceo Scientifico negli anni che le figlie ne erano studentesse.
Grazie ai suoi ruoli bancari ebbe collaborazioni e contatti con tanti personaggi di caratura economica (Gaggia, Pasta, Grimani, Janna)
Ma nondimeno era persona di cultura: era iscritto all'Ateneo Veneto e partecipava a tutte le conferenze.
Gli amici cari erano Luciano Canella (dei vini), Cesco Magnolato, Willi Maccarini, il dottor Marin, l'avvocato Beniamino Montagner
(col quale amava andare alle mostre di pitture), Tesserin di Chioggia.
Grande lettore di saggi, annotava con cura tutto quel che leggeva. Cercava spesso le prime edizioni.
Ed era un grande collezionista, di quadri, di oggetti particolari...
Aveva migliaia di cravatte ("Ne ha più lei che io in negozio", gli disse una volta il negoziante).
Aveva un senso del decoro che più volte manifestò: un giorno un dipendente arrivò in banca con la camicia hawayana, del tutto fuoriluogo per l'ambiente,
e lui lo mandò a casa a cambiarsi. Una dipendente arrivò con lo spacco e anche lei Livio mandò a casa a cambiarsi.
Solo in montagna ammetteva i jeans e la camicia tirolese.
E fu sempre persona di una onestà inattaccabile. Non accettò mai bustarelle o altro: avrebbe anche potuto donazioni cospicue, case in montagna o al mare,
ma non accettò mai né soldi né altro; accettò delle bottiglie di vino, questo sì.
In quanto direttore della Cassa di Risparmio di San Donà, gestì il fallimento Papa; o meglio, gestì le trattative tra i Papa
e i sindacati. L'azienda era a rischio fallimento; Livio cercò di aiutare a trovare un compromesso per salvare l'azienda,
ma il salvataggio avrebbe richiesto il sacrificio di un certo numero di dipendenti, perché davvero la forza lavoro della Papa
era sproporzionata rispetto al necessario; più di un politico aveva usato per anni la Ditta Papa per piazzare manovalanza
poco o per nulla qualificata: la funzione sociale della Papa (e i suoi legami con la politica sandonatese) si esplicavano
nell'assorbire una quota di disoccupati di scarsa specializzazione; gli errori di programmazione dei titolari
avevano messo in crisi l'azienda, ma non furono immuni da colpe i politici locali che, in cambio di una contropartita di favore,
piazzavano alla Papa i questuanti; per risanare la Papa, oltreché avviare una obbligata modernizzazione, sarebbe stato indispensabile
ridurre drasticamente il personale, ma il sindacato si oppose. L'intransigenza dei sindacalisti (al grido ottuso allora di moda: "O tutti o nessuno!")
portò al fallimento. Un attimo prima che venisse dichiarato il fallimento gli operai della Papa, esagitati dalle notizie relative
allo svolgersi degli avvenimenti, assaltarono la banca e incendiarono il portone; e Livio era dentro.
Livio in seguito lo disse più volte: se i sindacati avessero avuto un po' di testa la fabbrica si sarebbe potuta salvare.
Come direttore di banca fu un esempio e un ottimo maestro: formò tanti futuri direttori di banca, e molti suoi dipendenti diventarono alti dirigenti.
Le filiali (oggi indipendenti) di Jesolo, Caorle e San Donà allora facevano riferimento a lui.
Ambì a diventare Vicedirettore della Cassa di Risparmio di Venezia, ma Toniolo, che pure l'aveva fatto entrare in banca e lo stimava,
non lo appoggiò fino in fondo. E in fondo Livio dentro di sé seppe che non lo sarebbe mai diventato.
Non era un frontman, non ostentava il suo impegno, mai si fece avanti per ottenere un incarico o si vantò di quel che aveva fatto,
ma tante cose aveva fatto e continuamente faceva, ed era dietro a tantissime iniziative.
Del Lyon continuò a occuparsi fino in tarda età.
Seguì per diversi anni La biblioteca del Piave, una associazione che aveva l'obiettivo di raccogliere
le notizie storico-geografiche dei paesi rivieraschi del Piave [la biblioteca di San Polo, ad esempio,
ha una collezione straordinaria di foto della guerra]; Livio, che era nel comitato scientifico della Biblioteca,
per ampliarne i contenuti coinvolse i soci del Lyons.
Verso la fine degli anni Ottanta le cose in banca cominciarono a prendere una piega negativa: le interferenze della politica e
scelte manageriali poco condivisibili peggiorarono le cose: la banca non era più l'istituzione che aveva favorito la nascita e il consolidarsi
di tante imprese economiche cittadine. Livio preferì andare in pensione anticipatamente, nel 1989, grazie allo scivolo
fornito dalla nuova dirigenza.
Continuò a dedicarsi ai suoi mille interessi, e a sostenere le iniziative cui aveva dato impulso. Leggeva sempre uno o due quotidiani
al giorno, la domenica anche tre. Era curioso delle novità e si interessava delle aspettative dei giovani,
coi quali teneva vivo un dialogo in tutte le occasioni. Seguiva il calcio e lo seguì fino in tarda età. «Verso la fine capimmo
che non era più in lui perché non gli interessava più il calcio» raccontano i figli.
Lettore onnivoro e instancabile, prediligeva un autore su tutti: Borges; ma seguiva tutti i Nobel della letteratura;
ultimamente era Baumann, il teorico della società liquida, che catturava la sua attenzione. Dai giornali ritagliava le recensioni
dei libri e con quelle andava in libreria, a cercare questo o quel volume; quindi lasciava i ritagli di recensione
dentro i libri, numerosissimi in tutti gli angoli della sua casa.
Intensificò la visita alle mostre di pittura; continuava a prediligere i pittori locali: Magnolato, Batacchi...
Non parlava male di nessuno, anche se di taluni che si davano una importanza superiore al ruolo diceva, ed era il massimo che si permetteva,
«è un menarrosto!». Allo stesso modo non gli stavano granché simpatici certi personaggi che avevano la tendenza
a mettersi sempre in mostra; agli ambiziosi profetizzava un futuro, ma non per questo ne aveva più stima.
Aveva la passione per i vetri, per i bicchieri artistici, e conosceva personalmente i fratelli Moretti di Murano.
Continuò instancabile nelle sue cento attività e mille interessi fino all'ultimo.
La patente di guida gliela rinnovarono fino a 95 anni,
e si lamentava perché gli facevano rifare la visita ogni anno; gli avevano limitato i percorsi, non poteva fare gli extraurbani.
Gli ultimi anni lo accompagnavano i figli Elena e Francesco in montagna a Imer, dove la famiglia aveva una casa;
gli lasciavano lì l'auto per i piccoli percorsi; l'ultimo anno dovette ripetere la visita per il rinnovo della patente,
e lui caparbiamente si ripresentò;
l'anno dopo non gliela rinnovarono: quell'anno invece di lasciargli lì l'auto per i piccoli percorsi, Francesco riportò giù l'auto,
e fu per lui un colpo; si sentì in trappola in qualche modo privo della possibilità di movimento.