<--Piero Sepulcri era nato l'11 Settembre 1899 a Bagnaria Arsa (UD).
Il padre di Pietro era Valeriano Benvenuto Sepulcri e la madre era Maria Teresa “arcangelo” Pagnutti, a sua volta figlia di Arcangelo Pagnutti e Teresa Della Longa.
Piero era il più giovane di tre figli: i fratelli maggiori erano Giuseppe e Oreste.-->
Piero Sepulcri nacque il 28 novembre 1899. Mentre studiava medicina all'Università di Padova, fu specializzando presso
l'istituto di Igiene dal 1923 fino alla laurea. Contemporaneamente, lavorò anche presso l'ospedale di San Donà di Piave,
dove venivano ricoverati molti pazienti affetti da malaria. Nel 1924 e nel 1925 trascorse l'estate prestando servizio presso
l'ambulanza del Termine, tra i fiumi Piave e Tagliamento. Tra il 1926 e il 1928, fu impiegato sulle ambulanze
per la lotta alla malaria nella campagna romana, mentre frequentava l'istituto di patologia dell'Università di Roma.
Nel 1927 fu assunto come esperto di malaria presso l'Istituto Veneto Antimalarico, ricoprendo lo stesso ruolo presso l'amministrazione
provinciale di Venezia. Nel 1933 divenne docente presso l'Istituto di Parassitologia di Roma.
Nello stesso anno contribuì con un capitolo al documento italiano di igiene diretto da Casagrandi.
Insegnò anche parassitologia presso la facoltà di Igiene dell'Università di Padova fino al 1940.
Sempre nel 1933 fu assegnato come direttore tecnico all'Istituto Antimalarico Veneto, ruolo che mantenne fino al 1967,
anno in cui l'istituto fu chiuso.
Carta della Malaria Veneta, del Sepulcri (anno 1936)
La mappa fu inclusa da Piero Sepulcri nel suo saggio L’ambiente della malaria veneta e l’opera dell’Istituto antimalarico delle Venezie,
pubblicato a Venezia nel 1936 a cura della tipografia degli Ospedali Psichiatrici Provinciali.
La cartografia del Sepulcri veniva pubblicata circa 50 anni dopo la carta della malaria curata dal senatore Luigi Torelli nel 1882,
dedicata a tutta la penisola. Dal documento del 1936 emerge la gravità della situazione in tutto l’alto Adriatico;
l’area tra la bassa Livenza e il Tagliamento mostra una notevole gravità della diffusione dell’endemia malarica.
Nella carta è indicata anche la presenza degli ambulatori dei medici condotti con specifiche funzioni antimalariche
e la cui diffusione andava di pari passo con il processo di miglioramento fondiario, tanto che lo stesso Sepulcri affermava
che in queste terre “si ripetono nello spazio e nel tempo le condizioni di stretto, intimo, profondo legame tra la situazione idraulica,
lo stato delle bonifiche e la malaria”.
Solo tra il 1940 e il 1943 dovette lasciare il lavoro perché fu chiamato alle armi per la seconda guerra mondiale.
Prestò servizio come capitano medico e fu inviato a dirigere un ospedale da campo in Albania.
Nel maggio del 1941 fu assegnato al corpo d'armata dell'11° corpo d'armata, per organizzare la difesa dell'esercito italiano
in territorio greco. Nel dicembre del 1942 ottenne il grado di maggiore per meriti militari. Fu congedato nel 1943.
Dal 1938 al 1940 dovette occuparsi dell'ambulanza per la malarioterapia presso l'ospedale di San Clemente a Venezia.
Il centro prescrisse la malarioterapia ai pazienti psichiatrici almeno fino al 1944 e pubblicò numerosi articoli di ricerca.
Un gruppo di disinfestatori nel 1949 con Piero Sepulcri (secondo da destra)
Sepulcri morì il 18 novembre 1980 a San Donà di Piave.
Gli fu dedicata una via a Palazzetto, frazione di San Donà.
Piero Sepulcri e l'eradicazione della malaria in Veneto
L'ATTIVITÀ DI SEPULCRI ALL'ISTITUTO VENETO ANTIMALARICO (VAI) DOPO LA GRANDE GUERRA
Il VAI fu istituito come ente morale con il Regio Decreto del 18 gennaio 1923. Nel 1927 ne fu definita la composizione e in quell'anno Sepulcri
fu assunto come esperto di malaria dell'istituto.
Nel 1929 si tenne a Portogruaro il convegno regionale antimalarico che analizzò tutti i metodi di prevenzione disponibili, che furono elencati come
seguenti:
- – Profilassi con chinino 2 volte a settimana per
persone sane secondo Ross
- – Terapia con raggi X nei pazienti affetti da malaria cronica
(irradiazione della milza per stimolare l'immunità)
- – Lotta biologica contro le larve con l'uso di gambusia e altri pesci locali.
- – Lotta alle larve con l'uso di sostanze chimiche (“verde di Parigi”)
- – Difesa meccanica collettiva (reti alle finestre delle case)
- – Utilizzo di dispositivi personali per combattere i vettori (zanzariere)
- – Difesa contro i ceppi zoofili tramite stabulazione
- – Difesa contro gli insetti volanti (benzina, ecc.)
- – Propaganda
L'istituto intendeva assumere il controllo diretto delle seguenti funzioni:
- – Didattica e propaganda
- – Diagnosi, trattamento e profilassi
- – Servizi collaterali (asili nido, campi estivi e residenze)
- – Lotta al vettore (utilizzo di antiparassitari antilarvali e piccole bonifiche)
Di particolare interesse è stata la presenza sul territorio di ambulanze antimalariche dirette dall'istituto da remoto.
A tali ambulanze era assegnata la diagnosi e il trattamento del paziente malarico.
Il personale comprendeva un infermiere e un tecnico di microscopia.
Il trattamento dell'attacco malarico prevedeva chinino, 1,6 g/die per 20 giorni, o chinino, 300 mg/die per 20 giorni.
I "pazienti estivi" in inverno venivano sottoposti a un trattamento speciale per 40 giorni.
Successivamente furono aggiunti trattamenti con arsenico e ferro.
La "Terzana maligna" veniva trattata con gametociticidi, ad esempio la plasmochina.
I casi di malaria grave venivano trattati con chinino per via intramuscolare o chinino per via endovenosa associato ad analgesici.
Nei pazienti con emoglobinuria, il chinino veniva sostituito con cinconina. Sepulcri
ha osservato che in Veneto l'emoglobinuria era un sintomo solo nei pazienti cronici.
Il metodo dell'istituto prevedeva che i pazienti cronici venissero ricoverati all'Ospedale al Mare del Lido di Venezia,
mentre gli asili in montagna accoglievano i bambini convalescenti. Sepulcri notò che dal 1932 i medici dell'istituto decisero
di sottoporre personalmente i bambini a screening per inviarli a questi asili, molto probabilmente per evitare vacanze facili.
L'operato dell'Istituto nel periodo tra il 1929 e il 1939 fu quello di applicare le misure stabilite dalla convenzione di Portogruaro.
I risultati furono brillanti: nell'analisi statistica finale, la malaria fu eradicata nella provincia di Vicenza e sopravvisse
solo in un paese (Roncade) in provincia di Treviso. Il delta del Po risultava ancora altamente endemico, con un miglioramento
nelle restanti province. Sepulcri scrisse che nel 1934 427 persone tornarono infette dal lavoro nella bonifica
dell'Agro Pontino, e altre 427 nel 1938 dall'Agro Pontino, dalla Sardegna e dalle colonie italiane in Africa orientale.
LA MALARIA IN VENETO DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE
A causa dell'interruzione delle opere di bonifica e dell'attività dell'Istituto, si registrò un aumento dei casi di malaria
nelle province di Venezia, Rovigo e Udine.
Il peggioramento non fu rilevante nelle province di Verona, Treviso, Trieste e Istria.
Dal punto di vista dei vettori, si verificò un aumento della presenza di Anopheles elutus "portata dalle
acque reflue salate provenienti dai pozzi metani".
Durante la guerra, 2600 persone furono sottoposte alla profilassi antimalarica somministrata dall'Istituto. Oltre al chinino,
vennero utilizzati derivati dell'acridina, ottenendo così una riduzione delle ricadute (11% contro il 35% con il solo chinino).
Nel 1945, pochi mesi dopo la fine della guerra, l'Istituto registrò il ritorno alla precedente situazione epidemica di malaria,
fatta eccezione per la provincia di Rovigo, dove si registravano ancora 7000 casi di malaria. In particolare,
sebbene Sepulcri riportasse una situazione ottimistica, la prevalenza della malaria nell'area di Venezia era ancora del 12,3%.
TRA IL 1946 E IL 1953
Questo periodo fu cruciale per l'eradicazione definitiva della malaria endemica in Italia.
Dopo la guerra, l'Istituto fornì una nuova mappa dei vettori della malaria. Il risultato fu che l'Anopheles elutus
era il principale vettore della malaria nel Veneto, mentre l'Anopheles maculipennis labranchi era scarsamente presente.
Nel 1946 iniziò ad essere utilizzato il DDT in polvere in soluzione al 5% e irrorato con dosi di 1,5 g/mq.
Furono irrorati 15,6 milioni di kg di DDT su una superficie di 11 milioni di metri quadrati. Il trattamento fu eseguito da maggio a luglio.
In ottobre tutte le specie di anofele scomparvero completamente. I casi di malaria segnalati si ridussero del 50% rispetto all'anno precedente.
La profilassi con chinino fu interrotta. Dal 1945 al 1948 l'Istituto sperimentò la Paludrina come antimalarico,
riscontrando un'efficacia pari o superiore a quella del chinino. Nel 1950 l'attività dell'istituto fu ridotta alla sola distruzione
degli insetti con DDT; dal 1951 il personale addetto all'irrorazione con DDT si spostava in bicicletta. Nel 1952 furono segnalati
solo 7 casi di malaria in Veneto, uno dei quali da trasfusione. L'indice parassitario e splenico scese a zero. La campagna con DDT
continuò negli anni '50, ma furono sperimentati altri insetticidi.
CONCLUSIONI
Il Dottor Piero Sepulcri e la sua attività presso l'Istituto Antimalarico rappresentano un contributo rilevante a uno dei più importanti
successi della medicina del XX secolo: l'eradicazione della malaria in Italia.
Sepulcri condusse la lotta contro la malaria con una sorta di "zelo religioso", come altri specialisti della malaria di quel secolo.
Lavorò in prima linea nel campo della prevenzione e fu considerato una figura di riferimento da centinaia di operatori sanitari e pazienti.
I suoi scritti sull'attività dell'Istituto Antimalarico sono di particolare interesse per la loro rilevanza storica
e perché costituiscono un punto di partenza per un'azione attenta contro qualsiasi malattia trasmissibile che possa ripresentarsi
e diffondersi nuovamente nel nostro Paese o altrove.
Nonno Piero
– Ah, il prof. Sepulcri … – e mio padre annuiva col capo nel tipico gesto indicante che, sì, lo conosceva e ne parlava come si parla di persona importante di massima stima.
Prima d'allora, però, non s’era mai entrati in argomento, così, non sapendo della sua esistenza, mi ero perso negli anni la possibilità di conoscere il “nonno”, in prima persona.
Quello che ho sentito dire di lui proviene indirettamente dalle testimonianze dei suoi famigliari, gli unici ormai a ricordarlo davvero com'era.
Con mio suocero, invece, ho avuto più fortuna, avendo avuto la ventura d'incontrarlo una volta nella sua casa.
Lo so, una sola volta può sembrare davvero poco, ed invece fa una gran differenza.
Posso dire: – io l'ho visto, ho visto il suo affabile volto ovale, la sua statura superiore alla media, il suo portamento elegante e raffinato.
Nonna Gina (moglie di Piero Sepulcri)
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– Un bell'uomo, il più bello di San Donà – non mancava di ripetere con aria nostalgica mia suocera ogni volta che s'entrava in argomento.
Ed io a immaginare che i tratti del nonno fossero simili ai suoi, stessa statura, stessa eleganza, stesso portamento.
Non il carattere, però, che, mentre mio suocero era proprio una persona dolce e arrendevole, del nonno si racconta, invece, che fosse più austero e deciso.
Quanto al carattere, più che ai figli, credo sia da guardare ai nipoti, ed infatti me lo figuro così, proprio come i nipoti, un tipo di spiccata intelligenza, buona memoria, molto organizzato e con particolare attenzione alle procedure e ai dettagli, insomma, uno pignolo.
Di mio suocero, poi, so ch'era eclettico e che alternava nel tempo forti passioni.
Era davvero speciale, aveva un animo di artista, sensibile e ricercato.
Tanto per cominciare era un buon musicista autodidatta e un cantante intonato, fin da piccolo aveva imparato a suonare ad orecchio la fisarmonica, il piano e tanti altri strumenti, mentre era entrato, tra i primi, nel coro del Paese, già dalla sua formazione.
Ancor giovane in età fu preso dalla passione per la pittura, che arse in lui così intensa da spegnersi in età più matura. In quell’arco di tempo dipingeva tele su tele e tanti suoi quadri li scambiava con quelli dei molti amici pittori.
Taccio delle altre numerose passioni che alternava l'una all'altra, solo dico che, non ultimo fuoco in ordine di tempo, all’apparire delle nuove tecnologie, s'era dato ai programmi così, come era solito fare, con entusiasmo e intensità.
Suo papà, il nonno, doveva ben somigliargli, fatto salvo, però, che dedicava la gran parte delle sue energie ad una sola grande passione, la medicina, che esercitava con metodo e rigore scientifico, da vero, autentico ricercatore.
Aveva il suo posto a Venezia per via che lavorava all’Istituto Antimalarico, ma molte sue giornate le cominciava sul campo, tra i Paesi del rivierasco a contatto con le paludi costiere.
Arrivava presto al mattino, visitava le persone, controllando lo stato di salute di ciascuno, prescrivendo cure e sincerandosi che venissero seguite a puntino; calcava e percorreva in lungo ed in largo, poi, i luoghi, cercando i rapporti reciproci tra zanzare, malaria ed ambiente; fatto ciò si studiava d’escogitare delle plausibili spiegazioni dei fatti, decideva strategie di intervento e di cura e prendeva nota di ogni aspetto, progresso o regresso, legato o meno alla malattia.
Quando poi si recava a Venezia, elaborava e soppesava il tutto tirando le somme, e si accingeva alla scrittura di articoli dettagliati, da sottoporre ai colleghi e pubblicare.
Ed, in effetti, le pubblicazioni erano molte , come del resto anche i meriti.
Il suo impegno nelle campagne antimalariche, in verità, era iniziato già prima, ai tempi dell'Università, quando, ancor prima di laurearsi in medicina, aveva iniziato la sua collaborazione con il dott. Romiati nella bonifica delle zone paludose.
Lui, che da ragazzo del '99 dovette partecipare alla Grande Guerra, era stato richiamato allo scoppio del secondo conflitto e, da ufficiale medico, s'era fatto la campagna di Grecia.
E trovando anche in questi lontani luoghi i medesimi disagi della sua terra, s’era ingegnato di applicare la sua esperienza a beneficio di tutti, avendone in cambio il premio della riconoscenza.
Avendo una mente razionale era così preso dal naturale da lasciare davvero poco spazio al trascendente.
Invece, al sovrannaturale era tutta volta la moglie, per tutti nonna Gina, una donna originaria di un piccolo Paese delle montagne del nostro Cadore, di una bellezza affascinante, tanto quanto la sua dolcezza e la sua generosità.
Al medico e scienziato, mani e piedi nella nuda terra, faceva gran contrasto la profonda familiarità di lei con l'aldilà, quasi a ribadire quanto gli opposti possono nel reale attirarsi.
Sole, pioggia, vento, o gelo, immancabilmente ogni giorno di buon mattino lei si recava con gioia alla chiesa per la Messa.
Poi, durante il giorno, mentre attendeva alle tante faccende di casa, incessantemente pregava in particolare per le anime dei defunti.
Infine trovava il tempo per visitare i poveri ed i malati e sempre portava in dono qualcosa.
La sera, quando il marito tornava, la cena era già pronta per lui e per i suoi ospiti, ché la casa era frequentata da molte illustri personalità del Paese e di fuori.
Lui s’era costruito una signora casa, una villa in stile tra le più belle del luogo, con un ampio parco d'intorno, e lei una sola cosa aveva chiesto e ottenuto, che fosse fatta in un campo davanti al quale esisteva un capitello dedicato alla Madonna, che ancora oggi mantiene il suo fascino, la sua fama e l'uso.
Da questa affabile donna nonno Piero aveva avuto quattro figli e tutti s'erano presi un po' del cuore di mamma.
Come si conveniva in quei tempi, lui molto s’ingegnava nel dirigere i figlioli nel corso della vita e la vita s’era ingegnata di suo a scompaginare alla grande i suoi piani.
Avendo, in società con un altri suoi conoscenti, aperto una piccola fabbrica nel settore dei farmaci, uno dei figli aveva accettato d’essere avviato agli studi farmaceutici.
L'altro maschio, che nei progetti avrebbe dovuto essere medico, lasciò, invece, gli studi universitari e divenne un valente, apprezzato impiegato.
Delle due figlie l'una fu un'amata maestra, l'altra, unica dei fratelli ancora in vita, è suora.
E sul finire della vita, quando anche per lui giunsero gli anni della vecchiaia, si racconta che, da pensionato, con un vita tranquilla, in famiglia abbia mostrato un’indole affettuosa, tenera, sensibile.
Ben Telli
Bibliografia
- Dal giornale Le Infezioni in Medicina, n. 1, 111-113, del 2019 è interamente riportato (da me tradotto)
l'articolo Piero Sepulcri (1899-1980) and malaria eradication in Veneto, a cura di
Luca Lazzarini, Maria Teresa Giordani, Vinicio Manfrin del Dipartimento di malattie infettive e tropicali
dell'Ospedale San Bortolo di Vicenza.
- Giorgio Baldo, Gli uomini e le istituzioni per la lotta contro la malaria nel Veneto. L'Istituto Antimalarico delle tre Venezie e la figura di Piero Sepulcri
L'articolo fa parte di
Mal aere e acque meschizze : malaria e bonifica nel Veneto, dal passato al presente, P. 69-80
Contiene i seguenti paragrafi/capitoli: I primi passi; L'attività dell'Istituto; L'attività dell'istituto antimalarico delle Venezie tra il 1926 e il 1939;
Conclusioni; Piero Sepulcri; Lo sviluppo dei servizi antimalarici dal 1929 al 1933; Il completamento della organizzazione profilattica antimalarica fino al 1939;
Altre attività; Lo stato della organizzazione antimalarica nel 1939; Il centro di Malarioterapia all'Ospedale di S. Clemente;
La guerra e la ripresa del servizio civile; Il lavoro del dopoguerra; Le attività degli ultimi anni dell'Istituto.
- Il racconto Nonno Piero di Ben. .Telli è tratto da Ricette di vita - a cura di Marisa Andreetta.
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