Storia di San Donà
attraverso foto e cartoline

’A pitona

La "pitona" è il monumento a Giannino Ancillotto, asso dell’aviazione della prima guerra mondiale, nato a San Donà nel 1896 e morto in un incidente automobilistico a Caravaggio (BG) il 18 ottobre 1924.
Il fascismo, che aveva fatto propri gli eroi della Grande Guerra, intese subito innalzare a Giannino Ancillotto un monumento grandioso: venne promossa una sottoscrizione nazionale, alla quale contribuì in maniera cospicua il governo peruviano (30.000 lire su un costo totale di 52.000). Giannino Ancillotto si era distinto infatti per essere stato il primo aeronauta a sorvolare le Ande peruviane.

Il luogo deputato fu individuato nella piazza Indipendenza di San Donà, cittadina natale dell’eroe.

Costante Bortolotto voleva certamente onorare Giannino Ancillotto, anche perché era primo cugino di sua moglie.
Costante Bortolotto aveva infatti sposato la figlia di Amelia Argentini in Fabris, la quale Amelia era sorella di Corinna Argentini, madre dell’eroe. Il Fabris suocero di Costante Bortolotto è consigliere delegato della San Paolo, una delle banche più importanti d’Italia. Gli Argentini avevano la casa all’inizio di via Trento (la bella villa tuttora in piedi ma fino all’altroieri in abbandono sul retro del condominio “Al bosco”, il quale fu chiamato così perché fu costruito dov’era il bosco di villa Argentini. Era probabilmente previsto di prolungare il condominio “Al bosco” lungo via Trento, con la contestuale demolizione di Villa Argentini, dato che la facciata del condominio verso Villa Argentini risulta cieca. Invece a inizio 2024 sono cominciati i lavori di restauro di Villa Argentini).

Alla morte di Giannino, Costante Bortolotto voleva dunque certamente onorare l’eroe dell’aria e dedicargli una bella lapide sotto il portico del municipio, laddove cioè venivano onorati gli eroi di San Donà. Ma gli sembrava eccessivo un monumento, magari enorme, in mezzo alla piazza, come sembravano pretendere in tanti. Al centro della piazza Costante Bortolotto avrebbe piuttosto voluto far costruire una grandiosa fontana; aveva anche dato incarico a Puglisi Allegra di progettare una, con una pigna al centro, sostenuta da fasci fascisti, e dei leoni. Sembrava che le cose stessero andando in quella direzione...

Ma la madre dell’eroe, che aveva conoscenze a Roma, non sembrava accontentarsi di una lapide per il figlio. E a Roma bussò a qualche porta notevole. Si interessò della faccenda il capitano dell’Aeronautica, Italo Balbo, che fece sua una sottoscrizione... tutti si mobilitano per il monumento a Giannino, che nella testa di Corinna avrebbe dovuto essere anche una tomba.

San Donà era considerata una “città aviatoria”, per le varie cose legate a Giannino Ancillotto.
La forma della tomba perciò sarebbe stata quella di un aereo, un aereo con la scaletta che in cima è anche un altare, un monumento cioè che coniugasse religione e fascismo.

Progettò l’opera l’architetto Pietro Lombardi e lo fece secondo la retorica ampollosa e magniloquente di quegli anni. Primo linguaggio architettonico di un regime che non aveva ancora consolidato le sue basi (e il suo stile) fu il linguaggio futurista. E San Donà ebbe così il suo monumento futurista.

Nel 1931 il monumento risultava completato: evocava la sagoma di un aereo, immagine però percepibile con chiarezza solo attraverso una visione zenitale. Frontalmente apparivano le due ali dell’aereo, caratterizzate da robuste fiamme e profili di aquile ad altorilievo, con andamento simmetrico e convergente. Lo scultore di queste parti era tal Valerio Brocchi (Nomen omen). Al centro era posta una colonna in granito, che fungeva da asse di simmetria, proveniente dall’Antiquarium di Roma e dono del governatore Boncompagni Ludovisi. L’opera era completata da due rilievi in bronzo che raffiguravano rispettivamente un ritratto di Giannino Ancillotto e l’impresa dell’abbattimento del drachen di Rustignè (da cui il motto dannunziano "perficitur igne": è reso perfetto dal fuoco). Due corone di bronzo completavano la decorazione del monumento.

Nella costruzione si vedeva anche la porta che avrebbe dovuto condurre al sacello tombale.
Costante Bortolotto aveva resistito finché aveva potuto alla costruzione della tomba-aereo, ma sotto l’iniziativa di Italo Balbo, eroe dell’aria, che si era speso per il monumento-aereo in onore di Giannino, era stato costretto ad abbozzare. Inizialmente aveva tentato di far convivere la fontana con il monumento, ma alla fine la fontana non era stata fatta, pur essendoci lì davanti un pozzo artesiano che alimenterà per molti anni una fontanella.
Il Fascismo aveva anche deciso di non fare più monumenti ai morti che non fossero utili alla collettività. Il Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale (vedi la pagina dedicata), una sorta di Altare della Patria in sedicesimo, era nato in effetti come una Casa di Riposo. Invece l’aereo in onore di Giannino, certamente appariscente e di effetto, non presentava alcuna utilità pratica per la collettività, e fu costruito in deroga a questa disposizione fascista.
Costante Bortolotto riuscì a imporre che la salma di Giannino Ancillotto non venisse sepolta nel sacello sotto il monumento-aereo ma in un monumento a lui dedicato nel nuovo cimitero inaugurato nel 1927.
Corinna Argentini, madre di Giannino, si fece fare allora da Puglisi Allegra uno schizzo di questa tomba che avrebbe dovuto finire nel cimitero di San Donà. E la volle grandiosa.

’A pitona

Visto dal basso però, dal piano stradale, cioè da dove tutti la vedono, il monumento-aereo ricorda una grande gallina ("pitona") accovacciata; soprattutto il fascio littorio appoggiato alla colonna ricordava allora il bargiglio della "pitona"; onde fu facile ribattezzarla così in spegio alle intenzioni dell’autore e al regime.
Il monumento venne inaugurato il 15 novembre 1931 (vedi foto sotto) alla presenza del ministro dell’aviazione Italo Balbo e di tutte le autorità civili e militari.
Parlarono in tanti, a cominciare da Italo Balbo, ma quando toccò al podestà pronunciare il suo discorso (il podestà era ancora Costante Bortolotto), quando toccava a lui magnificare l’eroe sandonatese, quando tutti si aspettavano da lui un discorso encomiastico particolarmente enfatico, Bortolotto deluse tutti e parlò per un minuto solo.


Qui sotto siamo nel 1932

Giannino Ancillotto non fu mai sepolto nella tomba-aereo, che rimase quindi un monumento-scultura vuoto. Per un lungo periodo Giannino rimase sepolto nel nuovo cimitero nella tomba dei De Faveri. Nel 1936 Giovan Battista Dall’Armi, diventato podestà, diede il benestare per il monumento a Giannino nel nuovo cimitero di via Code. Ma sulla tomba di Giannino si giocarono le frizioni interne al Partito Fascista sandonatese. Dall’Armi, amico degli Ancillotto, e perciò deciso a favorirli nei desideri di Corinna, aveva già dato l’ordine di iniziare i lavori, ma fu costretto a sospenderli. La Commissione edilizia comunale, legata a Costante Bortolotto, votò infatti contro la realizzazione della tomba al centro del cimitero, per più ragioni; da un lato con la storia della tomba si era forse tirata un po’ troppo la corda (Corinna Argentini, madre dell’eroe, continuava a premere per una grandiosa tomba al centro del cimitero: da tutte le parti si sarebbe dovuto ammirarla, con sotto addirittura tombe per i poveri); dall’altro il podestà Giovan Battista Dall’Armi si era fortemente inimicato Costante Bortolotto per aver denunciato al Prefetto una gestione un poco allegra, sicuramente non formalmente rigorosa, della cosa pubblica da parte dello stesso Bortolotto, cosa che aveva avuto l’effetto di far saltare la da tutti attesa riconferma a podestà di Bortolotto in favore proprio di Dall’Armi. Il podestà capì che non poteva andare contro la volontà dei Fasci di Combattimento, non se la senì di forzare la mano e la tomba di Giannino, sempre scenografica ma non certo come previsto dal progetto di Puglisi-Allegra, fu realizzata sul lato sinistro dell’ingresso, dove invece era prevista la casa del custode, che fu realizzata in tono più dimesso all’esterno del cimitero stesso.

Qui sotto siamo nel 1942: spuntano le piantine attorno al monumento



La cartolina è stata spedita nel 1946 ma l’immagine è precedente la fine della guerra: e si può notare che il "bargiglio" della "pitona" (il fascio littorio) è già stato scalpellato via, si presume dal ’43.



Qui sotto siamo nel 1956; le piantine crescono e sono diventate esotiche palme.

Primi anni Sessanta


Primi anni ’60: le palme sono sparite


1966: la piazza è sempre più un parcheggio .

Passano gli anni e la piazza si fa sempre più brutta. L’amministrazione Zaccariotto (Lega Nord) decide il rifacimento della piazza e si apre un grosso dibattito sulle sorti della "pitona": c’è chi vorrebbe farla sparire per sempre in quanto esempio di scultura fascista, c’è chi propone di spostarla da un’altra parte, magari al centro della grande rotonda all’incrocio tra via Noventa e via Unità d’italia, quella che incontra chi, proveniente dall’autostrada, entra in San Donà da nord, ma significherebbe dare un’immagine distorta della città.
Alla fine la "pitona" viene spostata di qualche metro verso la strada (Corso Silvio Trentin) liberando la piazza che, interamente pedonale e circondata su tre lati di portici, ritorna finalmente una vera piazza, ricordando tanto un’opera di De Chirico.


De Chirico: piazza con monumento in forma di animale aereo (1919)

Il significato simbolico che il monumento è andato acquistando negli anni (a causa della sua patente bruttezza) lo ha reso oggetto di pubblico ludibrio e di difese appassionate; per conoscere le tendenze politiche e la formazione estetico-culturale di un sandonatese è sufficiente chiedergli che cosa pensi del monumento.