L’idea di mettere in atto piani contro la tubercolosi si era già avuta con la Colonia Solare,
sotto la podesteria di Costante Bortolotto, a partire dal 1928.
Il successo aveva accompagnato l’iniziativa fino alla chiusura avvenuta nel 1943;
il bombardamento del 10 ottobre 1944 – dell’ospedale civile, del teatro Verdi, della sede dei Telefoni di Stato... – ne aveva causato la distruzione.
Nel dopoguerra l’Amministrazione di Celeste Bastianetto, non avendo i fondi per avviare una istituzione simile,
si fece promotrice della nascita di un Comitato "pro erigendo Preventorio Antitubercolare" che prese vita fin dal 1946 nel mondo cattolico sandonatese
e avrebbe utilizzato come base economica le entrate della Pesca di Beneficenza che si teneva durante la Fiera del Rosario.
La Pesca di Beneficenza godeva a quel tempo di un certo successo perché distribuiva anche premi di prestigio,
donati dalle famiglie più benestanti del paese. Monsignor Saretta, presidente e anima del neonato Comitato,
fiducioso che l’apporto dei redditi dalla pesca di Beneficenza sarebbe stato continuo nel tempo e che all’iniziativa
avrebbero contribuito ancora una volta le famiglie abbienti di San Donà, cercò dunque uno stabile in zona collinare salubre
che soddisfacesse l’esigenza.
Dopo varie ricognizioni venne preso in considerazione l’acquisto di una villa a Mier di proprietà delle
contesse Gemmi Ildebranda fu Ettore vedova Calbo e Gemmi Anita nata Giacomini, di Belluno.
La villa era stata costruita nella seconda metà del XVII secolo, per divenire residenza estiva del vescovo Giulio Berlendis,
che voleva godere della tranquillità e della frescura del luogo. Nel Settecento e nell’Ottocento la villa
aveva cambiato diversi proprietari. Durante la seconda guerra mondiale era stata requisita dai tedeschi
che l’avevano trasformata in caserma per ospitare i paracadutisti che avevano combattuto a Monte Cassino. Fortunatamente non era stata bombardata.
Che un preventorio antitubercolare fosse quantomai necessario lo affermava una relazione del febbraio 1949
dell'Ufficiale Sanitario di San Donà, Luigi De Faveri, al Consiglio Comunale: nel 1946 i ricoveri per “tubercolosi aperta” (conclamata)
erano stati 49, poi 77 nel 1947 e 92 nel 1948. Questo impegnava l’ospedale (in quel momento in avanzato stato di costruzione)
a costruire anche un padiglione per il ricovero dei tubercolotici. Contemporaneamente il Comune stava dando massimo
sviluppo all’opera di assistenza all’infanzia con colonie marittime e montane gestite dal CIF (Centro Italiano Femminile),
dove venivano inviati i bambini gracili e denutriti in condizioni di povertà. I bambini che usufruivano di tale forma di assistenza erano in quel momento 500.
I 4 milioni per acquistare la villa furono effettivamente trovati dalle entrate della Pesca di Beneficenza.
Un ulteriore milione lo prestò il CIF a zero interessi. Come si è detto, per completare l’opera si confidava nelle entrate future della Pesca di Beneficenza,
nelle promesse sovvenzioni delle famiglie abbienti di San Donà e in quelle istituzionali della Cassa di Risparmio di Venezia
e del Governo (che subito si nascose dietro la scusa che “non era stato istituito alcun fondo per le prevenzioni antitubercolari”).
Anche l’assessore Lucia Schiavinato si interessò alla questione e diede ai membri del comitato le dritte (gli indirizzi delle sue conoscenze a Roma) per accedere ai finanziamenti.
Il progetto di ristrutturazione fu affidato al geometra Leandro Rizzo, che tradusse in disegni le volontà di Monsignor Saretta, che prevedevano la separazione completa degli spazi destinati a maschi e femmine. Era ancora viva nella memoria del Monsignore la totale promiscuità vissuta dai ragazzetti all’epoca della Colonia Solare e la deprecata direzione laica della istituzione; con una direzione cattolica tali inconvenienti non si sarebbero più ripetuti.
La duplicazione dei servizi per maschi e femmine portò però a una notevole levitazione dei prezzi.
I lavori di ristrutturazione furono affidati alla Ditta Bristot di Belluno che fece interventi per quasi 2,3 milioni di lire.
Che non furono assolutamente sufficienti: per condurre a termine i lavori sarebbero stati necessari altri 6 milioni.
Nel 1949 il fabbricato, nello stato in cui era, fu provvisoriamente intestato a Monsignor Saretta,
che dal 1950 mandò ogni anno a Mier, ad alloggiare nelle parti praticabili del preventorio, i bambini dell’Orfanotrofio
accompagnati dalle Suore dell’ordine di Maria Bambina.
Ma improvvisamente la Pesca di Beneficenza non garantì più i redditi degli anni precedenti:
i benestanti avevano fatto dei passi indietro; i proprietari terrieri, in particolare, si erano ritrovati gravati
da nuove imposte fondiarie, e non più in possesso dei lauti margini da regalare a Monsignor Saretta.
L’unico che collaborò fattivamente fu Costante Bortolotto che, in quanto presidente da sempre
della Società Operaia “Garibaldi%rdquo;, al momento della liquidazione della Società e della vendita
della sede della stessa (in via Garibaldi!), donò 700.000 lire, metà del ricavo, a favore del completando Preventorio.
Sarebbero però servite altre entrate. Che non c’erano.
Conti al 31 dicembre 1950
| | Attività | Passività |
| Incasso della Pesca di Beneficenza | 3.350.000 | |
| Anticipazione del C.I.F. di San Donà | 1.000.000 | |
| Soldi avuti da Monsignor Saretta | 920.000 | |
| Somme avute dalla Società Operaia Giuseppe Garibaldi | 700.000 | |
| Somme avute da vari | 234.000 | |
| Spese per l’acquisto della Villa | | 4.200.000 |
| Spese per lavori eseguiti dalla Ditta Bristot | | 2.290.366,60 |
| Per viaggi a Belluno | | 120.175 |
| Competenze al notaio | | 200.000 |
| Da restituire al C.I.F. di San Donà | | 1.000.000 |
| Per progetto e direzione lavori | | 135.000 |
| Liquidazione dell’inquilino Calabi | | 100.000 |
| Per spese varie | | 88.340 |
| Totale | 6.204.000 | 8.133.881,60 |
| Differenza | | 1.929.881,60 |
| Contanti in possesso del Presidente dell’Ente di Rinascita | | 10.485 |
| Totale passività | | 1.940.366,60 |
Il Comitato, spaventato dall’esplosione delle spese, mirando a far sì che il Preventorio potesse comunque avviare le sue attività,
si sciolse, consegnando al Comune l’incombenza di trovare un Ente che potesse amministrarlo: ente che fu identificato nell’Ospedale Civile.
È utile riportare il Verbale di deliberazione (6 febbraio 1951):
Il Comitato ...
sotto la presidenza del Senatore Celeste Bastianetto Sindaco di San Donà
Presenti
Mons. Prof. Dott. Luigi Saretta Arciprete
Gorghetto Fabrizio pro-sindaco
Dott. Luigi de Faveri. Ufficiale Sanitario
Rizzo geom. Leandro. Progettista
Padovan Oreste Segretario
Zennaro Giovanni
[Preso atto]
[...]
Che allo scopo di rendere possibile al più presto il funzionamento di detta istituzione
il Comitato riconosce la necessità di cedere l'immobile sopra menzionato con attività
e passività esistenti ad ente che assuma e si impegni a realizzare rapidamente
il Preventorio Antitubercolare.
Che l’ospedale civile di San Donà è ritenuto l’ente più adatto a tale realizzazione
DELIBERA
1) di donare all’Ospedale Civile di San Donà l’immobile sito
in Belluno località Mier alle seguenti condizioni
a) che si assuma tale donazione di immobile come sta e giace
con ogni servitù o peso
b) che si assuma la parte passiva di lire 1.940.366,60
c) che il Preventorio Antitubercolare venga esclusivamente adibito
al ricovero di bambini predisposti alla tubercolosi che
non abbiano età superiore ai 14 anni
d) che nell’accoglimento dei ricoverandi sia data la precedenza
ai bambini di San Donà su designazione dell’Ufficio Sanitario Comunale
e) che siano riservati due posti gratuiti per bambini predisposti
alla tbc del Comune di San Donà.
2) di denominare il Preventorio 'Villa Letizia' desiderando il Comitato rendere
omaggio devoto e riconoscente alla memoria di Letizia Saretta madre
di Mons. Arciprete.
3) di incaricare Mons. Saretta di espletare tutte le pratiche per il trapasso
dell’immobile all’Ospedale Civile di San Donà.
4) di inviare la presente delibera all’Amministrazione Comunale e
all’Amministrazione dell’Ospedale Civile per conoscenza e per i provvedimenti
che alle stesse competono.
L’Ospedale, che stava trasferendo strutture e macchinari dal provvisorio ospedale di Mussetta (Villa Ancillotto) all’Ospedale Nuovo,
sanò i debiti del Preventorio (c’erano due inquilini da liquidare, installati in parti della villa)
e continuò i lavori di sistemazione; ma si trovò economicamente in difficoltà:
Il Comune ipotizzò allora di utilizzare il Preventorio come luogo di cura
non solo di San Donà ma di tutto il Mandamento. Ma intanto si era sparsa nel bellunese
la voce della destinazione della villa: la gente che abitava lì vicino protestò temendo che le acque reflue
del Preventorio Antitubercolare finissero nel Rio della Badessa, dove le donne del paese andavano
a lavare i panni e dove si portavano ad abbeverare gli animali;
a nulla valse da parte del Comune di San Donà spiegare che gli ospiti della villa non erano malati
ma che quella era appunto un preventorio; il Comune di Belluno, sollecitato dalla popolazione locale,
fu costretto a imporre il veto all’utilizzo del Rio della Badessa e obbligò l’Ospedale
ad altri lavori, ovvero a far defluire le acque reflue nel Rio San Gervasio.
L’Amministrazione dell’Ospedale civile, il 17 aprile 1953, “preoccupata di realizzare i fini insiti nella donazione”
dichiarava al sindaco “che il ripristino e l'adattamento dei fabbricati ad uso preventorio prevederebbero
oneri per parecchi milioni, [e] dato e non concesso di poterne avere la disponibilità, ne deriverebbe una gestione
di esercizio non scevra da preoccupazioni di indole funzionale ed economica.
[...] Gli oneri inerenti la ricostruzione degli immobili ospedalieri distrutti da eventi bellici [avevano] assorbito
ogni possibile cespite e altresì costretto l'Opera pia ad assumere gravosi impegni con operazione
di mutuo e prestiti destinati per lungo tempo a comprimere la disponibilità del bilancio. Con la donazione,
oltre alla passività di lire 1.940.366 per debiti lasciati insoluti dal Comitato anzidetto,
l'opera pia [aveva] dovuto fronteggiare oneri provenienti di indole fiscale e tributaria per un importo
di lire 508.141 per una somma complessiva di lire 2.418.141. Precisato in lire 4.100.000 il valore dei beni acquistati dal Comitato,
d[oveva] ammettersi come pienamente fondata la preoccupazione dell'ospedale di sottrarsi ad ulteriori gravami
anche e soprattutto in considerazione della impossibilità di presiedere convenientemente nella seppur minima
manutenzione degli immobili già in condizione di particolare degrado destinato via via ad acuirsi con il passare del tempo”.
Soluzione? Vendere!
L’Amministrazione dell’Ospedale chiedeva quindi al Comune “appoggio alle iniziative dell'Opera pia intese
ad alienare gli immobili il più urgentemente possibile e consentire il recupero di mezzi finanziari
sinora soggetti ad inutile immobilizzo senza contropartita attesa la impossibilità di raggiungere il fine prefisso dal Comitato cittadino.”
Le operazioni di vendita andarono per le lunghe. I sindaci che si succedettero (Spada, Gusso e Pilla), sollecitati dall’Ente Ospedale,
tentarono di ottenere finanziamenti dalla Cassa di Risparmio, dal Ministero degli Interni, da privati, ma senza successo.
L’assessore Pilla nel 1956, nel chiedere un contributo di 6 milioni al Ministero dell’Interno, assicurava che 5 milioni
sarebbe stati ricavati dalla Pesca di Beneficenza; ma era un’assicurazione che non convinceva il Ministero,
che difatti non finanziò.
Il consiglio di Amministrazione dell’Ospedale, nella seduta del 15 marzo 1958 tornò a proporre “la vendita dei beni pervenuti
in donazione all'Opera Pia e ciò sia per realizzare la somma esborsata per la cancellazione delle passività connesse
alla donazione ma soprattutto per l'impossibilità di dare esecuzione alla volontà del comitato donatore.
Lo stato dei fabbricati insiti nella proprietà [era] divenuto oltremodo precario, tanto che in relazione
al parere espresso dal Medico Provinciale di Belluno con nota 15.5.1959 i locali della villa [era]no stati dichiarati
non idonei ai fini di stabilità e pertanto non potrà essere ulteriormente autorizzata la occupazione
dello stabile per la colonia estiva dell'orfanotrofio di San Donà”.
E Pilla il 10 giugno 1959 diede l’ok per procedere alla vendita dell’immobile:
“Questa Amministrazione Comunale ha sempre sostenuto l’opportunità di procedere alla vendita degli immobili
in oggetto non idonei alla realizzazione dello scopo per cui sono stati acquistati. Pertanto qualora si addivenga
alla vendita codesto spettabile ente potrà trattenere la somma esborsata versando la differenza a questa Amministrazione.
Comunque si gradirebbe essere consultati ed informati delle eventuali contrattazioni.”
L’anno successivo (il 2 maggio) il Presidente dell’Ospedale dottor Bruno Nardini mise la villa all’asta.
Ma la cifra che riuscì a realizzare fu di molto inferiore ai 6 milioni richiesti: di fatto al Comune
non fu restituito nulla di quello che aveva anticipato; e l’Ospedale, con quel che ricavò, riuscì solo ad allestire le nuove stanze per i dozzinanti.
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