Storia di San Donà
attraverso foto e cartoline

Storia dello Jutificio

Nel 1908 per iniziativa dell'ingegner Giovan Battista Dall’Armi sorse, su un terreno al confine nord della città in località Mussetta (dove Noventa e San Donà si confondono e mandano in confusione chi vuole tracciare un confine tra le due entità amministrative) lo jutificio. Si occupava della filatura e tessitura della juta, una materia prima importata da Calcutta. Le balle di juta arrivavano alla fabbrica trasportate lungo il Piave da Chiatte.
Come avrebbe scritto il Chimenton, la decisione di avviare questa azienda, dipese, in buona parte, dalla "...abbondanza di mano d'opera, perché fra San Donà, Musile, Fossalta e Noventa si poteva contare sopra un forte nucleo di popolazione con assoluta mancanza d'industrie."
Migliaia le persone impiegate; coll'andar del tempo, per via della quasi totale manovalanza femminile, lo jutificio sarebbe stato indicato come "La fabbrica delle donne".

L'importante realtà industriale, trovandosi San Donà sulla linea del fronte, subì gravi danni e distruzioni durante la Prima Guerra Mondiale. I macchinari, in particolare le parti in bronzo, furono asportati dalle truppe austro-ungariche per essere fusi. Lo jutificio divenne anche rifugio tattico e, di conseguenza, fu colpito dai bombardamenti.

Nel gennaio del 1919, una piena del fiume Piave, la cosiddetta rotta di Sant'Osvaldo, devastò ulteriormente le rovine dello stabilimento e le relative case operaie, completando la distruzione.
Dopo la guerra, mentre si tentava di ricostruire la città, lo jutificio, danneggiato dai combattimenti e dalla piena del fiume, richiese sforzi enormi per essere ripristinato.

Episodi nella storia dello jutificio

Nel 1924, al ritrovamento del cadavere di Matteotti, le donne che lavoravano allo Jutificio appesero su un albero una sua foto e ogni giorno deponevano nuovi fiori. I fascisti locali non lo tolleravano, rimossero la foto, le donne protestarono e una di loro fu individuata e prelevata. Ma era una madre di sette figli e anche le prepotenze dei fascisti avevano un limite.

Altro episodio riguardante la storia dello jutificio è il seguente, riferito da Rinetta Tronco, figlia di Giovanni (uno dei 13 martiri) e Maria Gerotto: “ mia madre lavorava lavoravo allo Jutificio. Come in molte ditte, bisognava avere la tessera del Pnf per lavorare, e anche la ditta Jutificio dovette fare le tessere del Pnf a tutto il personale. Una volta il direttore dello Jutificio costrinse le operaie a stare in cortile per fare una dimostrazione per una signora, di come dovesse doveva controllare i copertoni, e le donne rimasero troppo a lungo nel cortile, col freddo, con la neve; coi piedi nella neve, mia madre cominciò a sentirsi male, disse ai superiori che sarebbe andata a casa, perché non stava bene, e anche perché aveva una bambina di 4 anni (io); a casa mia madre si misurò la febbre, a 39, e il giorno dopo non andò a lavorare; e quelli del fascio vennero a prenderla a casa e la portarono presso la Casa del fascio per interrogarla, perché aveva abbandonato il posto di lavoro; disse loro che stava male e che non sarebbe andata a lavorare nemmeno l'indomani e che anzi avrebbe scritto al marito richiamato e impegnato al fronte per fargli sapere come venivano trattate le donne italiane dai fascisti; e allora quelli si scusarono, poi furono anche quasi ruffiani con mia madre: sta bene, signora? Ma no, ma no, signora, non volevamo, ci scusiamo...”

Dismissione

L'attività industriale dello jutificio continuò con progressive riduzioni del personale fino alla dismissione definitiva dell'impianto, sopraggiunta nel 1978.

Pubblicazioni

  • Alla storia dello jutificio ha dedicato un volume Chiara Polita: Lo jutificio di San Donà di Piave. Storia di una coraggiosa impresa agli inizi del Novecento - 9788890470295
  • Francesca Benvegnù, ex responsabile del dipartimento di prevenzione dell'Asl 10, scrisse nell'anno accademico 1979-1980 per la Scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva dell'Università di Padova una tesi, di una trentina di pagine, sul lavoro che si svolgeva all'interno dello iutificio. La tesi indagava l'incidenza tra i lavoratori della bissinosi, malattia respiratoria provocata dalle polveri di fibre vegetali (lino, canapa e cotone) che sfocia in insufficienza respiratoria cronica. Benvegnù ha voluto donare la sua tesi al Museo della Bonifica.