Storia di San Donà
attraverso documnti, foto e cartoline

Via Trento

Via Trento nacque subito la Prima Guerra Mondiale. E il nome se lo guadagnò insieme a via Trieste e a via Gorizia, insieme a via Cesare Battisti e agli altri eroi della Prima Guerra Mondiale. Non era molto lunga: serviva in sostanza un paio di abitazioni e la proprietà Janna.
Sul lato est, all'inizio della via, spiccava la villa degli Argentini (dove viveva Corinna, futura madre di Giannino Ancillotto; dove viveva Giuseppe, futuro podestà di Musile). Il primo tratto era strada pubblica; il secondo tratto (quello in giallo nella piantina sotto) era di proprietà Janna; il terzo tratto, di proprietà pubblica, era accessibile da via Pralungo.


La piantina mostra in giallo la parte da espropriare agli Janna
per rendere via Trento interamente percorribile.

Il piano urbanistico postbellico di Puglisi Allegra e Max Ongaro prevedeva il trasferimento del Foro Boario dall’attuale Piazza Rizzo a un’area compresa tra via Pralungo e quella che sarebbe poi divenuta via Trento, area di proprietà Janna. Tale piano prevedeva, in quella zona, che aveva la caratteristica di essere vicina al centro e di non essere interessata da eccessivo traffico, anche la costruzione di un macello e di una scuola elementare.

Di là da venire la costruzione del nuovo macello e della nuova scuola, tale area divenne ben presto oggetto di interesse in quanto la più opportuna per la collocazione provvisoria delle baracche, fino ad allora disseminate in modo disordinato in diversi punti della città. Con il rientro dei profughi, infatti, erano state occupate numerose aree private, spesso senza alcuna autorizzazione; una situazione che, a partire dagli anni Venti, stava ostacolando concretamente la ricostruzione del paese. In una prima fase si era tentato di rimuovere le baracche dalle loro sedi abusive per riallinearle lungo tracciati stradali più ordinati, ma erano presto emersi gravi problemi igienico-sanitari, sempre più difficili da gestire. La soluzione che progressivamente si era imposta era quella di concentrare provvisoriamente le baracche in un’area specificamente destinata a tale funzione, possibilmente anche attrezzata; e l’area più idonea parve appunto quella originariamente prevista per il nuovo Foro Boario.
La concentrazione di baracche in quel luogo ricordò così tanto a chi era tornato dalla prigionia il campo austriaco di Mauthausen (riservato essenzialmente agli italiani) che la località si guadagnò il nome di “Matausen” (primo dei tre Matausen di San Donà).
Nelle intenzioni degli amministratori l’occupazione del luogo avrebbe dovuto essere provvisoria: man mano che le condizioni delle famiglie fossero migliorate, gli occupanti delle baracche avrebbe lasciato via Trento per accasarsi in abitazioni più confortevoli. Invece per la gente meno abbiente non v’era alternativa alla miseranda sistemazione, non avendo la proprietà di una superficie adatta per impiantare una propria baracca; per cui il quartiere baraccato diventò in breve tempo il luogo dell’emarginazione.

Il Ministero delle Terre Liberate (M.TT.LL., deputato ad affrontare i gravi problemi di ricostruzione nei territori ex austro-ungarici, a cui vennero aggregati i territori invasi dopo la rotta di Caporetto, tra cui San Donà di Piave), non volendo più gestire le baracche, che avevano dei costi e cominciavano a presentare problemi di manutenzione dato che la maggior parte di esse erano residuati di guerra, ebbe l’idea di donarle al Comune (4 ottobre 1923), il quale a sua volta le mise in vendita non sapendole gestire (11 giugno 1924). Chi poté comprarla la comprò e se la portò altrove. I proprietari terrieri le comprarono per i propri mezzadri; il costruttore Galassini ne comprò un’ottantina per poi affittarle. Inesorabilmente nel quartiere baraccato rimasero quelli che non avevano la possibilità di comprarsi la baracca e i denari per trasportarla, oppure non trovavano chi affittasse loro l’area per impiantarla.

L’idea del Comune fu di continuare a usare l’area occupata dalle baracche come una sorta di polmone abitativo per fronteggiare gli sfratti. Il problema, ormai cronico, si aggravò specialmente dopo la crisi del ’28-’29, che investì il territorio sandonatese nei primi anni Trenta; il Comune, con gli esigui fondi che possedeva, fece di tutto per venire loro incontro, ma più di fornire una baracca o una porzione di baracca nel campo baraccato non poteva.

Il quartiere baraccato era visto dai fascisti (e da Costante Bortolotto podestà) con sospetto: troppi poveri ammassati in così poco spazio non potevano che causare problemi di varia natura (epidemie, tensioni sociali e incendi; molti cercavano di tenere bestie, addirittura majali: il fetore ammorbava l’aria di tutto il quartiere). E tra chi comunque era destinato a finirci in quanto destinatario dell’unico alloggio provvisorio possibile c’era la consapevolezza dell’emarginazione; molti non volevano proprio andarci («Io non sono una donna da Matausen, venga qui il sindaco che lo ricevo con la scopa» minacciò una donna).

Nella logica eugenetica del miglioramento della razza, nel 1928 il Comune, dovendo scegliere se costruire un campo sportivo (“Fascista”) o impiantare un bosco (“del Littorio”), nella persona del podestà Bortolotto scelse di costruire un campo sportivo; e il luogo deputato fu quello occupato dalle baracche di cui sopra, cosa che avrebbe permesso di prendere due piccioni con una fava: obbedire alla richiesta del Ministero di impiantare un campo sportivo o un bosco, e spostare lontano i poveri baraccati; furono addirittura cedute ai baraccati le proprietà delle baracche purché se le portassero altrove a loro spese entro il 30 aprile 1928; alcuni se le portarono ai Sabbioni, alcuni in via San Lazzaro, altri in località al Bosco (Mussetta) ma i più nella zona del Forte del 48.

Due terzi dell’area a nord dell’erigendo campo sportivo erano già stati destinati nel 1926 alla costruzione del nuovo macello comunale; il terzo rimanente, lungo via Pralongo, fu ceduto gratuitamente da Costante Bortolotto (podestà) alla Cooperativa Case Popolari della Società di Mutuo Soccorso “Giuseppe Garibaldi” (presieduta da Costante Bortolotto medesimo!) per gli scopi benefici che quella si prefiggeva (costruire case per i soci operai) purché entro due anni vi costruisse le 14 abitazioni previste. La Garibaldi ne costruì solo 5: 3 a est del campo sportivo e 2 a ovest del macello (tuttora esistenti e riconoscibili). Per la cronaca, l’area sarebbe rimasta di proprietà della Garibaldi anche se non aveva ottemperato compiutamente agli obblighi.


Prospetti delle Case Garibaldi su via Trento

Una parte dei baraccati si spostò a nord dell’area del macello e lì sarebbe rimasta fino al 1962 (Secondo Mathausen).

Via Trento non serviva solo il quartiere baraccato (poi campo sportivo) e il macello, ma era destinata a servire anche il costruendo polo scolastico. Su quell’area aveva insistito infatti la progettazione (a cura dell’ingegner Gianni Nardini) della Grande Scuola Elementare, unica per tutto il paese; e su quell’area egli aveva progettato anche la grandiosa Palestra del Balilla.


Sopra: pianta della zona.
Sotto: progetto della grande scuola

Il costo elevato dell’opera progettata (invero grandiosa) fece slittare la sua realizzazione per tutto il decennio degli anni Trenta. La guerra poi bloccò ulteriormente la sua edificazione, la cui necessità si reimpose dopo la fine della guerra.

Nel secondo dopoguerra, se l’amministrazione di Beniamino Feruglio non pose ostacoli a tale realizzazione, la successiva Amministrazione comunale, guidata dal senatore Celeste Bastianetto, sollevò difficoltà, per i costi ma anche per la filosofia che essa sottintendeva, ossia la concentrazione della scuola elementare in un solo edificio scolastico in zona centrale per tutto il Comune; la nuova Amministrazione era favorevole piuttosto alla costruzione di tre scuole più piccole dislocate nel territorio per meglio soddisfare le esigenze della popolazione. La rinuncia a proseguire nel progetto della Grande Scuola incontrò l’ostilità delle famiglie che abitavano in via Trento perché era evidente che una diversa collocazione degli edifici scolastici prospettava un utilizzo alternativo dei terreni. Cosa che difatti avvenne quando si presentò l’occasione di costruire delle case operaie con i fondi dell’UNRRA Casas, disponibile a intervenire a fondo perduto nell’edificazione di case popolari a San Donà a patto che le aree assegnate dal Comune fossero “non periferiche, ben collegate al centro”, e comunque “al di qua” della linea ferroviaria.

L’ostilità degli abitanti di Via Trento, che temevano le difficoltà della convivenza con persone provenienti dal mondo delle baracche, trovò eco nel Consiglio comunale; furono stranamente ostili al progetto anche i membri del PCI che vedevano nell’utilizzazione di queste aree centrali per costruire case popolari uno spreco di risorse: se le stesse aree in centro fossero state vendute, il Comune avrebbe ottenuto ingenti somme che avrebbe potuto reinvestire nell’acquisto di più ampie aree periferiche per edificare molte più abitazioni. Paradossalmente le considerazioni del PCI non erano lontane da quelle dei fascisti di quindici anni prima, che non avevano voluto che l’area tra via Brusade e via Ca’ Boldù venisse edificata a edilizia popolare secondo il grande progetto del 1934 dell’ingegner Ivone Schiavo perché reputavano l’area unica zona di espansione per le civili abitazioni.
Gli insediamenti della Garibaldi in via Trento (come pure quelli di via Brusade), destinati a operai comunque in possesso di un lavoro e di un reddito, non erano stati visti dall’Amministrazione fascista come preludio a una urbanizzazione indiscriminata, ma piuttosto come volano di un ulteriore incremento abitativo di qualità. Ma i nuovi progettati insediamenti su via Trento suscitarono in Janna e in Nardini una certa opposizione, nel primo perché egli temeva il deprezzamento della sua proprietà (lui aveva l’agenzia sull’altro lato della via, e il grande edificio dove si essiccava il tabacco); nel secondo perché pareva svanire definitivamente il progetto della Grande Scuola in ballo dal 1934 cui aveva dedicato parecchie energie.
L’Amministrazione Bastianetto, impossibilitata per mancanza di fondi a espropriare aree utili da destinare all’UNRRA Casas, e tuttavia allettata dalla straordinaria offerta, fu più che determinata (17 marzo 1948) a mettere a disposizione una parte dell’area destinata al grande edificio scolastico.
Il Comune fece dunque la proposta di cessione gratuita a favore della UNRRA Casas della superficie di circa mq 10.000 di terreno per la costruzione di 40 alloggi “a totale carico della detta organizzazione da destinarsi a favore dei più poveri fra i senza tetto” mentre le opere di urbanizzazione rimanevano a carico del Comune; ovviamente occorreva tranquillizzare i residenti: “le famiglie da immettersi nelle nuove case sar[ebbero state] anno assoggettate a una speciale assistenza e sorveglianza per abituare le stesse a tenere in massima cura l’alloggio a loro affidato e da assicurare alla loro vita domestica indispensabili prescrizioni igieniche e di civile convivenza”; “Soltanto dopo dieci anni di uso dell’alloggio a loro assegnato e dopo che avranno dimostrato di godere dello stesso secondo le buone usanze del vivere civile otterranno dall’UNRRA Casas il riconoscimento della relativa proprietà”.

Le case costruite furono consegnate nel dicembre del 1948.


Inaugurazione del Villaggio UNRRA. Sullo sfondo uno dei capannoni dell’Agenzia Janna per l’essicazione delle foglie del tabacco (situato dove oggi c’è l’INPS)


Discorso del vescovo Mantiero. Dietro di lui si vedono il vicesindaco Fabrizio Gorghetto vicesindaco e monsignor Saretta.


Il vicesindaco Gorghetto consegna le chiavi dell’abitazione a un destinatario.


Primi traslochi

Nel 1950 arrivò l’ambasciatore americano a vedere l’operato dell’UNRRA. La DC diede rilevanza nazionale all’avvenimento e lo fece finire in prima pagina nei giornali.