STORIA di SAN DONÀ
dal 1882 al 1903

Malaria e miseria

Gravissima conseguenza delle alluvioni fu la recrudescenza delle febbri malariche; cosa drammatica in una zona che la ‘Carta della Malaria in Italia’, elaborata nel 1880, considerava già fra quelle maggiormente funestate dal morbo. C’era però un fatto nuovo: per la prima volta in un’alluvione intervenivano direttamente nell’opera di soccorso le istituzioni dello Stato. Si ebbe pure un interessamento statale ai problemi idraulico-sanitari, poiché dopo l’unità d’Italia si andò finalmente facendo strada il concetto del dovere sociale del risanamento ambientale, con particolare riferimento alla malaria. Si riconosceva che l’ambiente palustre era ideale per l’endemia malarica e che gli abitanti oltre ad essere continuamente tormentati dal morbo subivano spesso gli effetti delle sue forme maligne e perniciose da cui derivava un alto tasso di mortalità.

Anche le proteste per la fame si moltiplicarono. E se le dolorose scene di protesta dei poveri che chiedevano «pane e lavoro» si erano ripetute negli anni ultimi, ma si trattava pur sempre si una protesta circoscritta a qualche centinaio di braccianti privi di polenta nel crudo verno, in quel triste 1882 a causa dell’allagamento di buona parte del territorio si verificò un inasprimenro delle proteste; meno male che i sussidi dei fratelli d’Italia pronti, ed abbondanti, calmarono gli animi (Il comitato pei soccorsi chiuse i suoi conti con un attivo di Lire 3370, destinate all’erigendo ospedale). Intanto alla parola d’ordine «pane e lavoro» si era sostituita l'altra «la bóge» (=sta bollendo) che suonava fermento, ebollizione minacciante lo scoppio della guerra civile, ma l’indole del contadino del basso Piave era così mite che non si vide il passaggio dalle parole ai fatti.

E mentre a livello comunale e provinciale si pensava a come ricostruire il ponte sul Piave e combattere la malaria....

Per le inaugurazioni della Società Operaia nel 1883 venne a San Donà qualche onorevole o senatore, non ho ancora trovato quale.
Vennero in quel 1883 i Senatori francesi Say e Labiche (attenti a non leggere Gay e Lesbiche) per uno studio sugli istituti di credito e di mutuo soccorso. Al banchetto loro offerto Léon Say fece il seguente brindisi:

“In Francia non si ha ancora una idea perfetta di quanto abbiano progredito queste vostre utilissime istituzioni, che oggi abbiamo ammirate, ed io sono ben lieto di portare al mio paese le eccellenti impressioni ricevute”.
[Revue géographique internazionale 1886, pag. 193)]

Nel 1883 il vescovo Callegari fu trasferito a Padova dove avrebbe dato alle sue funzioni vescovili un’impronta, sotto certi aspetti, originale.

A Treviso non era ancora giunto il nuovo vescovo Giuseppe Apollonio: fu nominato infatti solo il 9 giugno 1883.

Nuovo vescovo

Giuseppe Apollonio giungeva dalla diocesi di Adria. A dir il vero papa Leone XIII nell’aprile di quattro anni prima lo aveva nominato vescovo di Mantova, grande e difficile diocesi, ma egli aveva nella sua umiltà rinunciato. Non aveva tuttavia potuto rifiutare la nomina a quella di Adria da dove fu trasferito a Treviso il 25 settembre 1883.

Nel 1884 il Genio Civile riordinò e sopraelevò le arginature da Nervesa al Mare.

Sul finire del 1884 giungevano a compimento (dopo quattro anni) i lavori di costruzione della linea ferroviaria che collegava Venezia a Portogruaro e divise in due i territori di Croce e San Donà.

La lenta ricostruzione

Furono imponenti le opere di risanamento che subirono i fiumi dopo un tale disastro. Per quanto riguarda il Piave si iniziò una lunga opera generalizzata di innalzamento degli argini quanto mai necessaria per riuscire a fronteggiare delle piene della portata di quella appena sostenuta. Nel sandonatese venne innanzitutto dato il via alla progettazione del nuovo ponte, opera la cui mancanza venne subito rimarcata rendendosi assolutamente necessario un suo veloce ripristino. Il nuovo corso del fiume ne impose una diversa collocazione, ma ovviamente venne subito accantonata la possibilità di rifarlo in legno. Solo sette anni era durato quello travolto dall’alluvione, venne scelta per cui una costruzione in ferro sorretta da piloni in muratura. Prima però venne inaugurato il ponte ferroviario che fu la grande novità di quegli anni, con la ferrovia che collegò prima San Donà e poi Portogruaro con Venezia.

Inaugurato nel giugno 1885, il ponte ferroviario superò una prima piena del Piave nell’autunno, così come anche il costruendo ponte stradale resistette e dall’aprile 1886 San Donà e Musile tornarono ad essere collegate dal desiderato ponte.


Un articolo della Gazzetta di Venezia dell’aprile 1886 dove si annunciava il completamento del nuovo ponte sul Piave

28 giugno 1885: inaugurazione linea ferroviaria Mestre-San Donà di Piave


Le linee ferroviarie prima del 1885

Con l’Unità d’Italia le linee ferroviarie erano divenute necessità impellenti, ancor più per un territorio che dopo la terza guerra di indipendenza iniziava a espandersi verso est. Molta della rete ferroviaria presente in Veneto e nel Friuli divenuto italiano era stata costruita o era in via di completamento dagli austriaci, per cui le linee che raggiungevano Venezia seguivano la direttrice che da Vienna lungo la Pontebbana arrivava a Udine per poi diramarsi verso Venezia e verso Trieste. La necessità di collegare direttamente Venezia a Trieste, allora ancora parte dell’impero austroungarico, divenne presto un’urgenza. Il dover passare ogni qualvolta per Udine allungava a dismisura il percorso così che venne ideata una nuova tratta che in linea retta avrebbe dovuto congiungersi con la ferrovia già esistente a Monfalcone. Fu così che la Società Italiana per le strade ferrate meridionali venne incaricata della costruzione del tratto Mestre-Portogruaro. Il primo stralcio fino a San Donà di Piave venne aperto il 29 giugno 1885; un anno dopo la linea ferroviaria arrivò sino a Portogruaro e fu aperta il 17 giugno 1886.
[Per arrivare al completamento della linea ferroviaria che collegava definitivamente Venezia a Trieste si dovrà aspettare il 18 ottobre 1897 quando l’incaricata Società Venete Ferrovie, dopo aver inaugurato nel 1888 la tratta fino a San Giorgio di Nogaro, completò l’ultimo tratto italiano fino all’allora austriaca Cervignano, dove nel frattempo gli austriaci avevano completato la linea da Monfalcone.]

L’annuncio dell’inaugurazione della ferrovia
Domenica 28 andante, alle 9 e 15 ant., moverà da Venezia il treno ferroviario inaugurale per giungere in questa stazione verso le 10 e mezzo, colle Rappresentanze del Governo, della Ferrovia e dei comuni deputati, senatori e altri personaggi distinti.
Sarà ricevuto qui dalle autorità locali con il maggior decoro possibile. Mentre il paese si prepara a salutare il fausto avvenimento dell’apertura della linea Mestre-San Donà all’esercizio, col maggior entusiasmo, il Comitato farà del suo meglio perché la festa riesca solenne.
Le bande cittadine di Venezia e di Mestre rallegreranno il paese, imbandierato straordinariamente.
La sera poi il rinomato pirotecnico Giuseppe Tantin eseguirà dei fuochi d’artificio con quattro graziose macchine a giocate diverse, candele romane, serpentoni e razzi di forme e colori vari.
Chiuderà lo spettacolo la fulgida Stella d’Italia con batterie.

San Donà di Piave, li 26 giugno 1885.

Il Comitato

In un lungo articolo nella 3^ edizione della Gazzetta di Venezia del 28 giugno 1885 si raccontava l’inaugurazione del tratto ferroviario Mestre-San Donà

«Inaugurazione della ferrovia di San Donà»

Veniamo ora, e sono le ore 5 pomeridiane, da San Donà, avendo avuto luogo oggi l’inaugurazione della ferrovia, la quale se da oggi congiunge Venezia a quell’importante Distretto mira a ben maggiori obiettivi dovendo più tardi allacciarsi colla Pontebbana.
Alle ore 9 ant. erano alla Stazione il R. prefetto colla Deputazione provinciale, il sindaco colla Giunta, l’on Pellegrini, il comm. Diena ed altri consiglieri provinciali e comunali, il maggior generale Palmieri, il procurator generale comm. Noce coi sostituti procuratori generali cav. Moscono e Favaretti, il comm. P.V. Vanzetti procuratore del Re, il comm. ab. Bernardi, il R. questore, gli ingegneri Legrenzi e Pastori delle ferrovie, l’ing. cav. Forcellini, il magg. dei RR. Carabinieri e molte altre rappresentanze, tutta la stampa veneziana, la Banda ecc.
Il viaggio fu felicissimo, e lungo la linea se l’accoglienza delle popolazioni non fu entusiastica – con l’ora inopportunamente scelta con questa canicola – fu però sempre cordiale.
A tutte le stazioni, addobbate con bandiere e trofei o con simulacri d’archi trionfali costruiti con fronde, si trovavano le Autorità locali colle rispettive bande, e talune di esse salirono sul treno inaugurale e si recarono a S. Donà.

L’arrivo a San Donà
Giunta la grossa comitiva (erano circa 200 persone) a S. Donà, vi fu ricevimento al Municipio nella cui sala maggiore parlava per primo brevemente, ma assai opportunamente quel sindaco cav. Bortolotto, il quale ringraziava tutti quelli che avevano voluto accorrere a questa festa da tanto tempo vagheggiata, e ringraziava il Governo, la Provincia, nonché la Società che assunse l’esercizio della ferrovia.
Prendeva quindi la parola il R. prefetto, comm. G. Mussi, il quale, alla sua volta, ringraziava il sindaco di S. Donà delle cortesi parole e lo faceva anche per espresso incarico avuto dalla Deputazione provinciale e da parte del Governo e in ispecialità del ministro dei lavori pubblici, che egli pure ivi rappresentava.
Disse di non avere mai veduto quelle ridenti contrade; ma soggiunge di non averle mai dimenticate; e qui, con molta opportunità, ricorda il triste periodo delle inondazioni del 1882 e con memore affetto, accenna alla nobile cooperazione avuta da quelle generose popolazioni le quali in quella dolorosa circostanza mostrarono di possedere quelle virtù più elevate e più pure le quali, egli disse, formano l’orgoglio della umanità.
Disse che questa inaugurazione segna una prima tappa; che ben presto San Donà sarà unita colla ferrovia alla sorella Portogruaro e quindi a Casarsa, ecc. ecc. Rileva ch’era tanto sentito il bisogno che la parte settentrionale della Provincia di Venezia, che era quasi interamente staccata, fosse congiunta anche con vincoli ferroviari a Venezia; disse quanto potenti fattori di progresso e di civiltà siano le ferrovie e rinnovò i ringraziamenti e le lodi a tutti quelli ai quali la festa d’oggi è dovuta.
Parlò da ultimo l’on. Pellegrini; egli riandò cose vecchie e spiacenti; malgrado la dichiarazione fatta ripetutamente dal R. prefetto di aver avuto incarico di rappresentare il ministro dei lavori pubblici, disse ripetutamente che egli avrebbe voluto vederlo alla inaugurazione, e disse anche dell’altro; ma il suo discorso fu inopportuno sotto ogni riguardo, e passò assai freddamente.
Poscia vi fu un asciolvere [=una colazione], al quale non tutti gli invitati presero parte, per cui molti di essi si sparsero per il paese a far colazione da famiglie di loro conoscenza o nella trattoria Chinaglia, dove il servizio fu pronto e lodevole.
La Banda cittadina intanto suonò nella Piazza maggiore sotto la loggia del Municipio, ed ebbe applausi vivissimi.
Alle ore 3 pom. seguì la partenza da San Donà tra il saluto ospitale di quei cordialissimi abitanti, i quali facevano a gara per rendere gradita a tutti la visita a S. Donà.
A dir vero – ma in questo gli abitanti di San Donà nulla hanno a vedere – gli organizzatori della festa non furono felici nello stabilire il programma.
Fu scelta male l’ora; fu mal provveduto al conforto degli invitati tenendoli a S. Donà dalle 12 meridiane alle 3 pom. mentre la partenza poteva benissimo aver luogo al tocco; meglio ancora avrebbero fatto gli organizzatori se la cerimonia avesse avuto luogo dalle 3 pom. in poi (a quest’ora, cioè alle 3, la partenza da Venezia) fissando il pranzo a S. Donà ed il ritorno alle ore 9 pom.; ma quello che è fatto è fatto e non se ne parli più.
Del resto, e vista nel suo complesso, la cerimonia è andata bene.
Come viaggio lo trovammo abbastanza ameno, e tutti i manufatti che si incontrano sono tali da far veramente onore ai costruttori; e questi sono, come già noto, la Società veneta, la Ditta De Lorenzi Vianello, la Ditta Laschi di Verona, e le fonderie Rocchetti e Società italiana diretta dal Cottrau.
Ora auguriamo che gli ulteriori tronchi che devono congiungere anche per questa parte Venezia alla Pontebba siano presto ultimati, perché questo è l’obiettivo che si deve raggiungere nel più breve termine, e senza del quale tanti sacrifici fatti e tanti denari spesi avrebbero un ben magro risultato.

A sera le cene ufficiali a Venezia e San Donà
Questa sera banchetto a Venezia di circa 50 coperti, e banchetto a S. Donà di circa 100 coperti.

I telegrammi inviati dal sindaco Bortolotto
Furono spediti i seguenti telegrammi:
Al Primo Aiutante Campo S.M. il Re – Roma «Prego porgere augusto Sovrano riverente saluto popolazione festante inaugurazione ferrovia. Sindaco Bortolotto»
Al Ministro lavori pubblici – Roma «Prego gradire saluto popolazione esultante inaugurazione ferrovia. Sindaco Bortolotto»
All’on. Beccarini – Roma «Popolazione esultante inaugurazione ferroviaria manda affettuoso saluto. Sindaco Bortolotto»
Avendo il Senatore Giustinian inviato un telegramma per giustificare la sua assenza, il sindaco Bortolotto gli rispondeva con il seguente: «Graditissimo gentile pensiero prego gradire saluto paese festante »
Il sindaco di Portogruaro, cav. Fabris inviò telegrammi al cav. Bonò e all’assessore Bertoldi in S. Donà esprimendo in essi la sua gioia per la festa della città sorella, festa che sarà arra di una prossima ed egualmente solenne e desiderata festa di Portogruaro.»

In un successivo articolo del 30 giugno 1885 venne scritto a proposito delle cene:
«A completamento della relazione che abbiamo pubblicata ieri l’altro, diremmo che al banchetto che ebbe luogo in quella sera da Bauer e Grunwald – al quale non potemmo assistere – parlarono, applauditissimi, Sicher, Pecile, il prefetto, il sindaco di Venezia, il sindaco di San Donà ed il dott. Galli. Durante il banchetto giunsero telegrammi dei deputati Tacchio e Bernini, fermatisi, assieme all’on. Pellegrini, al banchetto di S. Donà. Il servizio dei signori Bauer e Grunwald fu, sotto ogni rapporto, lodevole.»

Il collegamento ferroviario con Venezia fu per San Donà un salto di qualità incredibile. Erano molti coloro che per esigenze lavorative erano costretti a recarsi a Venezia e sino al 1885 la via più breve era offerta dalla Società Veneta di navigazione a vapore lagunare che aveva un collegamento diretto al giorno con Venezia con partenza alle ore 5 da San Donà e arrivo a Venezia alle 8.15, con partenza da Venezia alle ore 16 e arrivo a San Donà alle ore 19.15. Non propriamente orari e viaggi comodi per i viaggiatori.
Con la Ferrovia dal giorno 29 giugno 1885 i treni da San Donà furono tre e altrettanti quelli da Venezia.
Partenze da Venezia alle ore 7.38, 14.35 e 19.40.
Partenze da San Donà alle ore 5.15, 12.10 e 17.18.

Accanto agli orari dei treni che giornalmente apparivano sulla Gazzetta di Venezia, da martedì 30 giugno 1885 fu possibile trovare anche quelli riguardanti la linea Venezia-Mestre-San Donà di Piave.

Bonifiche

Dopo la Bonifica del Consorzio altre bonifiche si andarono realizzando nel territorio di Croce e nei limitrofi.
Nel 1885 la contessa Prina avviò la “Bonifica Fossetta” nella parte più alta dei suoi possedimenti, collocando sul canale Lanzonetto una turbina azionata da locomobile, comunemente conosciuto come “macchina a vapore”. La bonifica Fossetta, di circa 80 ettari, si estendeva fra la Fossetta appunto, l’argine di Millepertiche, del Lanzonetto e un altro piccolo argine che andava verso la palude. La trasformazione fondiaria fu facile e pronta trattandosi di terreni relativamente alti, vicini alla allora recente, ma oramai affermata, bonifica consortile di Croce.

Negli stessi anni altri 300 ettari di palude furono prosciugati alle Trezze, alle “Porte grandi del Sil”, Comune di San Michele del Quarto, dalla Ditta Levi. Fu quella

una delle [bonifiche] meglio riuscite per rapidità e regolarità della trasformazione. Compresa inizialmente fra il Sile e il Fossone, dal Canale Vela al Canale Lanzoni, si estese indi anche in destra del Canale Vela fino a Portegrandi. L’idrovora scaricava nel Canale Fossone, ed un sottopassante il Canale Vela collegava le due sezioni. Le due turbine idrauliche che prosciugavano i terreni erano azionate da una motrice a vapore.
[L. Fassetta, La bonifica nel Basso Piave]

Musile rispose con i 50 ettari della bonifica Caberlotto (1885) presso la Piave Vecchia, in sinistra dell’argine San Marco.

L’impresa della bonifica alle “porte grandi del Sil”, “rapida e regolare”, acquistò i connotati di un’epopea tragica e grandiosa: gli scariolanti che strappavano la terra all’acqua convinti di lavorare per se stessi, si esponevano allo sfruttamento di un padrone che giocava al ribasso sulla loro pelle; il dramma di centinaia e centinaia di poveracci che per un tozzo di pane furono disposti a svendere il proprio lavoro in condizioni di schiavitù e ad affrontare la malaria, è raccontato benissimo nei primi capitoli di Mala aria, di Antonella Benvenuti, per la Helvetica Edizioni.

Lo scavo del canale della Vela si rivelò rimedio decisivo ai danni causati dal Taglio del Sile duecento anni prima, poiché garantì il deflusso delle acque del Sile in laguna nei pressi della località Trezze, migliorando lo scolo del Consorzio Vallio-Meolo, le cui acque, rigurgitate dal Sile, mantenevano livelli troppo sostenuti. Quando poi fu costruita la botte sottopassante il fiume alle Tresse (1888) anche il Canale Lanzoni riprese a scaricare in laguna con notevole sollievo della zona a levante del Canale Fossetta.

Ma intanto la piaga dell'emigrazione

Lo sdegno represso dei poveri che chiedevano pan e lavoro si placò ad un tratto di fronte alla fatale possibilità di batter la via dell’esilio, da uno sciame di agenti d’emigrazione infiorata; e così il lavoratore della terra, nella lotta per la vita, depose le armi prima di combattere e si rassegnò a partire! Nel 1887 per la prima volta dei contadini lasciarono il suolo natìo colle lagrime agli occhi e lo strazio in cuore, certo di non poter vivere in patria e poco sicuro di trovare nel Brasile di che sfamarsi. Il numero degli emigrati oltre Oceano nel 1887 fu di 830.

“Il Gazzettino”

Il 20 marzo 1887 era uscito il primo numero de “Il Gazzettino”, fondato da Giampiero Talamini: una copia costava 2 centesimi a Treviso e 3 centesimi in provincia: il giornale si proponeva di combattere la reazione politica e clericale (“è preciso dovere della democrazia combattere il clericalismo”), la immoralità e la miseria. In diocesi e nelle parrocchie finì ovviamente per essere considerato cattiva stampa.

Anche oggi è considerato tale da chiunque sia dotato di un minimo di equanimità.

La visita pastorale del 1888

Domenica 4 novembre si tenne dunque la visita pastorale al termine del ‘decimosettimo itinerario’ che prevedeva il giro della Forania di San Donà di Piave. Il fatto che la visita a Croce avesse luogo di domenica indica l’importanza della parrocchia tra le circonvicine.

Ponte

Ancora il Piave: i nuovi argini alla prova della piena del 1889

L’emergenza alluvioni non era terminata con l’innalzamento degli argini: le piene del Piave erano una costante e regolarmente si susseguivano anno dopo anno.
Il 12 ottobre si verificò una piena imponente della Piave, con una portata pari a quella record del 1882, e in ogni caso la massima mai osservata nel tronco mediano da Zenson a Intestadura (raggiunse a Zenson m. 10,74).
Gli argini furono messi a dura prova, una prima breccia si aprì in quei nuovi argini innalzati tra il ponte stradale e quello ferroviario. Verso sera la piena cominciò a scalzare l’argine maestro alla fronte Moretto sopra Musile producendo una breccia che poi si estese fino a 200 metri circa in ampiezza.
L’acqua ben presto riempì il bacino fra l’argine maestro e quello di San Marco, che durante la notte venne squarciato per sormonto in due punti, travolgendo sette case; ne crollarono due, ci furono dieci morti di una stessa famiglia. Le acque inondarono tre quarti del territorio correndo nella campagna coll’altezza di 4 metri; danni ingenti subirono anche Passarella e Chiesanuova. Ancora una volta passarono mesi prima che il territorio potesse liberarsi dalle acque e iniziare la ricostruzione, con dei fondi per il ripristino e l’aiuto alle popolazioni che tardarono ad arrivare.

Ci fu l'inaugurazione del Tiro a Segno nel 1890.

L'agricoltura sandonatese continuava a fare progressi e riusciva a conseguire le massime onorificenze nell’esposizione di frutta e ortaggi 1891 a Venezia: fra le varie onorificenze s’ebbe anche le due grandi medaglie d’oro del ministero d’agricoltura, industria e commercio.

Nel tentativo di realizzare una restaurazione cristiana cattolica, papa Leone XIII fin dall’inizio del suo pontificato aveva operato per consolidare la compattezza dottrinale del mondo cattolico; riaffermata la tesi della «indifferenza» della Chiesa rispetto alle forme di governo, ma ribadita la condanna delle moderne ideologie politico-sociali e specialmente del socialismo, egli intese instaurare rapporti con gli Stati nazionali; si rendeva conto che, in un mondo sempre più turbato dai conflitti internazionali di tipo imperialistico e dalle lotte tra le classi, la chiesa e le forze cattoliche, organizzate nei singoli Stati, potevano rivendicare per sé un’essenziale funzione stabilizzatrice ed equilibratrice. Per concretizzare questo progetto, papa Pecci capì che la Chiesa doveva pronunciarsi sulla questione del secolo: il problema sociale. è ciò che il papa fece promulgando nel 1891 l’Enciclica sulla condizione degli operai Rerum Novarum. I capisaldi dottrinali erano la rinnovata condanna delle soluzioni socialiste e collettiviste, la difesa e salvaguardia della proprietà privata, l’indicazione dei compiti dello Stato nel senso di una speciale tutela per le classi più deboli, l’esortazione ai cattolici di incrementare l’attività organizzativa, mediante associazioni «sia di soli operai, sia miste di operai e padroni».

La Vita del popolo

Il 3 gennaio 1892 uscì il primo numero del settimanale “La Vita del popolo” che veniva ceduto o gratis o a un minimo prezzo (2 centesimi).

A fine anno avrebbe avuto già una larga diffusione in tutta la diocesi.

Nel 1892, terminata la visita pastorale, il vescovo Apollonio mandò la sua prima relazione a Roma, da cui risulta che in diocesi vi erano 335.000 anime suddivise in tre città e 216 villaggi. Le parrocchie erano 207, 8 le curazie e vi erano ben 314 oratori.

Lo stesso anno il vescovo di Padova Callegari declinava la nomina a patriarca di Venezia e suggeriva al papa di promuovere a tale carica il suo antico pupillo trevisano, ora vescovo di Mantova, Giuseppe Melchiorre Sarto.

Il nuovo stato italiano, guidato dal bigamo Crispi, si dimostrava fortemente anticlericale. Le leggi civili – si lamentava il vescovo Apollonio – procuravano forti ostacoli a un corretto esercizio dell’attività pastorale, e ne faceva un breve elenco: il servizio militare imposto ai chierici, la soppressione delle decime, le gravose tasse imposte al beneficiato, il placitum governativo che veniva concesso solo dopo nove mesi dalla vacanza del beneficio, l’amministrazione del beneficio data al parroco dopo uno o anche due anni, nessun contributo economico al vicario spirituale, il non tener spesso conto dei nomi proposti dal parroco per la fabbriceria.

L’azione principale del vescovo Apollonio era stata rivolta fin da subito al seminario e al clero. Il seminario di Treviso era uno dei migliori d’Italia. Quanto al clero, quell’anno esso contò tra i suoi nuovi membri Natale Simionato: il 12 giugno 1892, nella cattedrale di Treviso, il seminarista di Sdràussina divenne infatti “don” e fu inviato come cappellano a San Donà.

Nel 1895 fu inaugurata la prima linea telefonica intercomunale d'Italia, tra San Donà e Cavazuccherina (l'attuale Jesolo). Più tardi la seconda, con Grisolera.

Negli anni successivi al 1887 il numero di emigranti aveva continuato a salire; salì fino a 2800. Avvenne quindi che la popolazione del comune, la quale nel 1887 contava oltre 9.000 abitanti, per 12 anni (fino al 1999 dunque) rimase inferiore a quella cifra. All’emigrazione oltreoceanica successe quella temporanea d’oltr’alpe, dove i nostri contadini trovano da far bene, e così il problema dell’esuberanza di braccia da lavoro fu risolto colla più viva compiacenza dei possidenti, che cantarono la vecchia antifona «l’emigrazione è una valvola di sicurezza nei paesi dove la popolazione cresce a dismisura!».

Le recenti bonificazioni delle paludi avevano fatto cessare l’emigrazione oltre oceanica, diminuire quella d’oltr’alpe e duplicare la popolazione, ma la deficienza di braccia aveva rialzato oltremodo i salari degli operai, senza però che le famiglie di questi ne risentissero un utile reale. Il contadino abbandonato alle sue miserie, cresciuto ineducato e seguendo l’atavica incoscienza e imprevidenza, finiva per darsi al vizio. Perciò erano poche le famiglie dei braccianti che non si trovassero alla fine del secolo nelle stesse condizioni nelle quali si trovavano venti anni addietro, quantunque il guadagno del capo e di altri membri si fosse triplicato, perché quasi due lire al giorno vengono consumate dagli operai durante il lavoro, in bibite, oppure all’osteria più vicina, a giornata compiuta.
La classe superiore non si era disinteressata delle miserie del contadino: alcuni grossi possidenti anzi, con nobile esempio, avevano iniziato il sistema della mezzadria. Il municipio da qualche anno aveva accolto in linea di massima il progetto d’erezione di un pellagrosario provinciale annesso all’erigendo ospitale.

Lunedì 14 luglio 1902 alle 9,47 crollò il campanile di San Marco, così, da un momento all’altro, senza preavviso, e senza vittime per fortuna. La notizia giunse a San Donà il giorno successivo.
A proposito della sua ricostruzione, “dov’era e com’era” disse nei giorni successivi il patriarca di Venezia, il cardinal Sarto.
Quell’anno i matrimoni a San Donà furono .... E sarebbero durati tutti perché una petizione contro l’introduzione della legge sul divorzio raccolse in tutta Italia tre milioni e mezzo di firme.

Nel tentativo di debellare la pellagra, sempre più endemica, dal 1902 iniziò la dispensa di sale gratuito ai pellagrosi; l'anno successivo l'amministrazione comunale aprì una locanda sanitaria.

Nel febbraio 1903 Roma veniva collegata telefonicamente all’Italia settentrionale. La proposta di statalizzazione delle ferrovie, sottoscritta dall’estrema sinistra, veniva bocciata dalla Camera il 3 giugno; in ottobre, in seguito a una serie di scandali, il governo Zanardelli fu costretto a dimettersi e il nuovo incarico fu affidato a Giolitti; al governo però non aderirono né socialisti né radicali.

Nel 1903 vennero anche alcuni professori e allievi della Scuola Superiore di Meccanica di Vienna per vedere lo stabilimento idrovoro della bonifica Ongaro Superiore.

Muore il papa. Viva il papa

Il 20 luglio 1903, dopo 25 anni di pontificato, morì papa Leone XIII e l’intera cristianità cattolica cadde in lutto. Il vecchio secolo era definitivamente chiuso. Chi sarebbe stato il successore? Il favorito del conclave, che si aprì il I agosto 1903, era il segretario di Stato, il cardinal Rampolla, ispiratore della politica francofila della Santa Sede; se fosse stato eletto, molto probabilmente avrebbe proseguito la linea politica del papa della “Rerum novarum”. La presentazione di un veto nei suoi confronti da parte dell’imperatore Francesco Giuseppe tramite il vescovo di Cracovia destò più meraviglia che altro: al terzo scrutinio Rampolla mantenne infatti la posizione di testa, come a dire che il veto produsse al limite l’effetto contrario; ma fu chiaro a tutti che il Rampolla non avrebbe raggiunto la maggioranza perché più di un terzo del conclave gli era implacabilmente contrario.
Il cardinal Sarto da Venezia, a un porporato francese che gli aveva pronosticato che non avrebbe mai potuto diventar papa perché non sapeva il francese, aveva risposto: «Grazie a Dio, e poi ho comprato il biglietto di andata e ritorno!» Ma mentre i cardinali facevano finta di portare avanti la candidatura imperiale del cardinal Gotti, cominciò a circolare tra gli elettori proprio il nome del patriarca di Venezia, che aveva fama di uomo profondamente religioso. Ci fu forse un tentativo di intimidazione, per via di avvelenamento, molti cardinali si sentirono male durante l’ultima notte, cosicché nel mattino furono fatte cinquanta ordinazioni in farmacia. Le quotazioni del patriarca di Venezia aumentarono: «Per l’amor di Dio, dimenticatemi, non ho le qualità per fare il papa» supplicò i cardinali, che invece lo elessero al settimo scrutinio il 4 agosto. Dopo esser scoppiato in lacrime, rispose: «Accetto, come si accetta una croce». Ma in tutto il patriarcato di Venezia fu la gioia, e anche nella diocesi di Treviso, perché papa Sarto, era di Riese.

Al Patriarchio di Venezia gli successe monsignor Aristide Cavallari, e fu lui che, il 15 ottobre a Noventa, cresimò 139 bambini, molti dei quali di Croce accompagnati da don Natale.

Intanto le piogge ingrossavano le acque del Piave.