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Il vescovo de’ RossiNel 1499 era divenuto vescovo di Treviso il trentunenne Bernardo de’ Rossi, conte di Berceto, trasferito dalla sede di Belluno. Era un nobile parmense favorito dalla Serenissima per i servizi prestati dalla sua famiglia, tant’è vero che già all’età di sedici anni (nel 1485) gli erano state assegnate le entrate della chiesa di Treviso.
Ora tornava a Treviso, da estraneo al territorio, circondato da un clan di cittadini, una quindicina di persone. Di suo era un umanista, protettore di artisti e letterati, tra cui il giovane Lorenzo Lotto che lo ritrasse. Appena giunto in diocesi diede inizio, quasi d’impeto, alla visita pastorale; dovette però sospenderla in duomo per l’opposizione del Capitolo, che avanzava diritti ab immemorabili sulla Chiesa madre; governò mediante alcuni vescovi ausiliari suffraganei: Angelo Lemino e Niccolò Lupi di Gravina vescovo di Scutari; riuscì a riprendere la visita pastorale il 4 settembre 1500 e giunse anche a Noventa; dalla relativa relazione risulta che:
L’elenco delle Chiese soggette appare stilato secondo l’ordine d’importanza delle medesime.
Quindi il vescovo de' Rossi giunse a San Donà:
per la prima volta un vescovo veniva in visita pastorale, era il 5 settembre 1500;
e dovette constatare la presenza di un prete abusivo.
Il secondo titolare della curazia fu il sacerdote don Gaspare Romei.
La crescita e lo sviluppo del centro urbano di San Donà
fu inizialmente difficile: l'esistenza di un unico proprietario fondiario impediva di fatto la nascita
della piccola proprietà. Le difficoltà erano acuite dalla situazione ambientale divenuta ancor più infelice
nel corso del XV secolo a causa degli instabili equilibri idraulici del territorio.
Nel 1505 si era spento anche il Bellino e così la curazia s’ebbe don Daniele Marchi per quarto titolare, il quale si mostrò zelantissimo e generoso, facendo eseguire vari lavori di completamento nella chiesa e donando 33 campi di terra aratoria allo scopo di affrettare la costruzione del campanile. In quest’epoca, come abbiamo veduto altrove, era rimasto padrone assoluto della gastaldia Angelo Trevisan, il quale fece cancellare gli stemmi della famiglia Marcello nei limiti lapidei della gastaldia e fece immurare in chiesa una epigrafe, oggi relegata in sagrestia che qui riproduciamo unicamente per la singolarità della forma altisonante che ci dà un’idea di quei tempi.
Nel popolo ardeva sempre più il desiderio di aver un decoroso campanile, ma questo desiderio non era condiviso dall'iuspatrono, che non aveva intenzione di spendere altri soldi per la gastaldia. Bizzosi i religiosi trevisani e i trevisani tutti...Il vescovo de' Rossi fu esiliato nel 1509 a causa dei suoi contrasti col Capitolo dei Chierici; partecipò al concilio Lateranense V; la seconda visita pastorale l'avrebbe effettuata negli anni 1520-1528, e in questa occasione i visitatori sarebbero stati Ottaviano da Castelbolognese e Annibale Grisoni.Ma intanto ... bizzoso il PiaveLa Piave obbligò gli abitanti di San Donà, di Noventa e di Salgareda a un faticoso lavoro di riparazione degli argini. Lavoro che dovettero ripetere nel 1512, nel 1524 e nel 1531 a seguito di altre rotte del fiume.Nel 1514 era stato nominato curato Don Domenico (o Michele?) Basadonna, un nobile succeduto al Marchi, che sarebbe rimasto in funzione 40 anni, il quale fece tacere i lamenti dei fedeli a proposito del campanile mancante e della tirchieria del Trevisan. Venne anche la violazione della chiesa a distrarre gli abitanti e finalmente la visita pastorale dello stesso Vescovo Rossi che incoraggiò a pazientare. 1524: secondo visita pastorale del vescovo De' RossiIn questa visita fu constatato con soddisfazione che in chiesa erano bene tenute e saggiamente onorate le effigi dei santi Pietro Apostolo e san Donato Vescovo, ricordanti la preesistenza in questi luoghi della famosa Cattedrale d'Eraclea, prima capitale dell’estuario e sede vescovile, e della cappella del confine Torcelliano dal quale queste terre presero il nome. Il vescovo riconobbe poi il bisogno di un secondo cappellano, stante la distanza della nostra chiesa dalle altre, e constatò la mancanza del fonte battesimale in pietra.Nel 1527 i Lanzichenecchi entravano coi cavalli in San Pietro a Roma e Francesco Pisani veniva eletto vescovo di Treviso, ma non vi entrava. Vi sarebbe entrato solo nel 1538. Circolavano in Diocesi idee luterane, anabattiste e antitrinitarie; ma il clero trevigiano non cedeva alle infiltrazioni eretiche, soprattutto grazie alla presenza, e alla tenuta, di Confraternite e Congregazioni foranee. Il terzo vicario della Castaldia di San Donà...
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Fine resoconto visita pastorale del 1554
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La questione del campanile aveva fatto capolino durante la visita pastorale, ma anche questa volta
il curato indusse il popolo a tacere.
Lo juspatronato in quest’epoca era passato ad Angelo Trevisan
secondo figlio di Alessandro e pronipote del primo Angelo,
lo stesso che fu creato Conte da Carlo X, l’Imperatore della politica senza scrupoli.
Obbedendo alle raccomandazioni del vescovo, nel 1557 il cimitero fu cinto di mura; furono tolte le piantagioni fruttifere e rispettate soltanto alcune piante d’olivo, i cui rami dovevano servire nella domenica delle palme.
1558: sistema dei fiumi nel disegno del Trivisan, nel volume di C. Sabbadino
Il vescovo trevigiano Giorgio Corner, eletto vescovo nel 1538 ma
consacrato solo nel 1557, aveva avuto vari incarichi presso la curia romana e
inizialmente aveva partecipato anche alle sedute del Concilio di Trento,
seppur saltuariamente, per i suoi ricorrenti dolori artritici; fino a quando,
nel 1561, venne nominato da Pio IV Nunzio apostolico nel Granducato di Toscana:
su pressione di Cosimo I de’ Medici primo Granduca di Toscana,
il 16 settembre 1562 fu inviato al Concilio di Trento con diritto di voto;
avrebbe mantenuto, tuttavia, l’interim della nunziatura per altri tre anni.
Il Concilio di Trento era stato in realtà
avviato a Bologna il 13 dicembre 1545 da papa Paolo III; quindi era
stato trasferito a Trento, città imperiale esente dal controllo papale, per
favorire la partecipazione dei protestanti, che non ci fu. Le richieste dei
‘protestanti’ trovarono
invece accoglimento presso i prìncipi tedeschi che aspiravano all’indipendenza
politica da Roma. La divisione dell’Europa in due sancì il definitivo
sgretolamento del Sacro Romano Impero.
Il 14 dicembre 1562, contrariamente a quanto potrebbe far pensare la sua condotta appena descritta,
il Corner votò a favore dell’obbligo di residenzialità
dei vescovi nella diocesi cui erano a capo. Partecipò quindi ai lavori sui decreti riguardanti
l’istituzione dei seminari diocesani e a quelli sul matrimonio.
Fu anche assertore della maggior indipendenza dei vescovi diocesani
rispetto alla Sede Apostolica negli atti di governo.
Finalmente, nel 1563 (3 dicembre), dopo diciotto anni
di gestazione e varie interruzioni, il concilio di Trento si concluse .
A tirar le somme, non era stato un grande successo, ma aveva dato occasione alla Chiesa di definire la
dottrina sui Sacramenti, in particolare sull’Eucaristia, di rivedere tutti i
libri liturgici e di riaffermare l’autorità del papa. Perché le decisioni del
Concilio non restassero lettera morta, i vescovi ricevettero l’ordine di
vigilare sui seminari, sulle parrocchie e sulla vita cristiana dei fedeli.
Nell’ultima fase del Concilio Giorgio Corner
si era fatto notare per la serietà, la moderazione, i saggi interventi: «Sa
fare ogni cosa bene – affermava di lui il confratello Muzio Calini – e con
dignità». Era divenuto amico di Carlo
Borromeo, il cardinale più influente del Concilio. Terminato il Concilio, in
seguito alla rinuncia da parte dello zio cardinal Pisani all’amministrazione
della diocesi, e un breve soggiorno a Roma, il Corner il 12 settembre del 1564,
in ottemperanza a quanto da lui stesso votato a Trento,
prese possesso personalmente della Diocesi presso la Cattedrale di Treviso.
Non aveva una grande cultura
teologica, ma era edotto su tutti i problemi di ordine ecclesiologico e
pastorale dibattuti al Tridentino e sulle conclusioni ivi concordate. Giunto in
diocesi indisse subito il primo sinodo per promulgare i canoni conciliari e
farli accettare da tutti i suoi chierici obbligando tutti i beneficiati alla
professione di fede e al giuramento di obbedienza al papa. Invitò i curati al
dialogo, possibilmente mensile, con il proprio vescovo: un atteggiamento nuovo
volto a introdurre uno stile nuovo di comunione.
Già nel 1565 diede inizio
alla visita pastorale e riorganizzò le cariche di curia;
oltre al sinodo diocesano del ’65, ne celebrò uno nel 1566 e uno nel 1567.
E per preparare una
nuova generazione di sacerdoti volle istituire quanto prima il seminario,
traducendo in atto i canoni tridentini. Diede l’incarico al canonico
Giambattista Oliva di cercarvi un sacerdote e un luogo adatto.
L’11 novembre 1566 istituì ufficialmente il seminario vescovile diocesano,
inizialmente ospitato nelle canoniche della cattedrale.
Si sa che nel
1566 un gruppo di ragazzi già lo frequentava.
In data 8 giugno 1565
fu ordinato agli abitanti lungo il Piave di riparare gli argini che erano
stati sistemati completamente nel 1550, di scavare i fossi e canali e l’alveo del
Piave.
[Plateo]
Sempre in quel 1565, sotto il curato don Francesco Franceschi tornò ad acuirsi da parte dei fedeli il vivo desiderio del campanile: curato e vescovo (Giorgio Corner) presero le parti del popolo, che pazientava da 60 anni, e una inchiesta risoluta mise al nudo la poca premura dello juspatrono nell’amministrazione della Chiesa. Ne seguì quindi un dibattito che sarebbe durato quindici anni sotto il curato successore don Zuane Manfredo, eletto nel 1567, e perfino sotto il vescovo successore, Francesco III Corner, eletto nel 1577. La famiglia Trevisan cercò di parare il colpo con la istituzione di una scuola intitolata a S. Maria delle Grazie della Gastaldia con annessa casa per il cappellano [all'inizio del XX secolo l'osteria accanto alla casa canonica], ma anche con questo mezzo non si raggiunse il fine.
Gli effetti del
Concilio tridentino cominciavano a farsi sentire: fin dal suo ingresso in
diocesi il vescovo Giorgio Corner aveva costituito una commissione per sottoporre i
parroci della diocesi a un esame di sufficienza in ordine alla cura animarum.
Su 455, molti furono ammessi per diversi titoli, un’ottantina fu abilitata in
quella circostanza, alcuni vennero rimandati perché troppo giovani, nove furono
respinti perché inabili. Fra tutti, 150 risultarono extradiocesani (il Torta),
110 non residenti (il Torta!), 200 vennero interrogati de ancilla suspecta,
sospettati cioè di avere una donna.
L’attenzione che il vescovo Corner pose sul
clero non gli fece trascurare il laicato. Girando per le parrocchie egli voleva
una partecipazione devota della messa, chiedeva una decorosa custodia del
Santissimo sull’altare maggiore, l’esercizio delle 40 ore, una solenne
processione nella Festa del Corpus Domini, la Scuola del Santissimo in ogni
parrocchia. Inculcava sempre e dovunque la necessità del catechismo “ai putti”,
facendo recapitare qua e là copie del suo “libretto” allo scopo di presentare
ai ragazzi con facilità i misteri della fede.
Alcune precisazioni: la Scuola del SS.
Sacramento era un sodalizio laicale che s’era diffuso in Italia dopo il
miracolo di Bolsena: si dedicava alla cura dell’altare relativo, curava di
organizzare la processione nella festa del Corpus Domini, di onorare il
antissimo quando veniva portato quando veniva portato agli infermi e in
molteplici altre occasioni. In cattedrale a Treviso era stata istituito nel
1496 a opera del vescovo Nicolò Franco. A San Donà la troveremo in occasione della
Il I settembre del 1568 il vescovo Giorgio Corner giunse in visita pastorale a San Donà.
Ea die (13 settembre 1568)
Inventario:
Visitò poi la Chiesa di .
Quindi il vescovo interrogò il rettore della parrocchia, il presbitero...:
“Il titolo della Chiesa è ...
Questi gli ordini che diede il vescovo:
“Avendo noi Giorgio
Corner per grazia di Dio e della Santa Sede Apostolica Vescovo di Treviso
visitato questa Chiesa ...
Fine resoconto visita pastorale del 1568
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Nel 1570 il vescovo Giorgio Corner si ritirava a Venezia per motivi di salute, inizialmente per brevi periodi.
I giorni che vanno dal 5 al 14 ottobre 1572 mancarono per volere di papa Gregorio XIII Boncompagni che intese così recuperare il ritardo accumulato dalla riforma di Giulio Cesare: un bisestile ogni quattro anni era troppo; d’ora in poi degli anni multipli di 100 solo i multipli di 400 lo sarebbero stati ancora.
La peste infestava il trevigiano e nel 1577 a Venezia andò a fuoco il Palazzo Ducale: fu una disgrazia per i Veneziani, ma per i fedeli della diocesi di Treviso quell’anno costituì perdita maggiore quella del vescovo Giorgio Corner che si dimise per malattia e si ritirò definitivamente a Venezia (e poco dopo sarebbe morto, in concetto di santità, dopo tredici anni di attività intensa nonostante le sofferenze fisiche) dopo aver ottenuto che il successore alla guida della Cattedra di san Liberale fosse il nipote Francesco Corner, che dunque il 29 novembre 1577 fu eletto vescovo di Treviso.
Intanto ampie zone della Serenissima furono debilitate dalla peste negli anni 1575-1577.
Il 29 novembre 1577 Francesco Corner fu eletto vescovo
di Treviso. Sulla trentina, culturalmente preparato, specchio dello zio
che spesso aveva avvicinato a Venezia e a Treviso assimilandone lo spirito e la
volontà di riforma, Francesco era nato a Venezia nel 1547 e s’era laureato
presso l’università degli Studi di Padova in utroque iure nel 1571,
subito dopo aveva ottenuto la commenda dell’abbazia di Santa Bona di Vidor,
già stabilmente giuspatronato dei Corner.
Avrebbe presso possesso canonico della cattedra vescovile di Treviso
l’8 febbraio 1578 per procura;
vi entrò modestamente, in forma privata, nel marzo 1578, e subito si attirò la
simpatia e la benevolenza sia del clero sia del popolo per le sue qualità umane
e sacerdotali.
Si sarebbe adoperato anche con contribuzioni dal vasto patrimonio personale
al mantenimento del seminario vescovile, istituito pochi anni prima dallo zio predecessore
e che ancora stentava dal punto di vista dell’autonomia economica.
Allo stesso tempo, si sarebbe adoperato energicamente per risollevare le sorti della città,
debilitata dal morbo della peste, che aveva avuto la sua ondata maggiore
tra il 1575 e il 1577.
Le disgrazie per coloro che abitavano sulla destra Piave, in particolare verso la foce, continuavano: l’argine San Marco si era rivelato insufficiente, più volte vi erano state delle inondazioni negli anni precedenti. Nel 1579 si pose mano allo scavo del canale che pr i sui costi stratosferici sarebbe stato ribattezzato Taglio di Re, o anche Taia de Re, o Tagliata Regum o Taiada Regis; insomma, la Taiata Maiore nella zona che oggi corrisponde alla porzione meridionale del territorio comunale, cioè Passarella, avrebbe richiesto le rendite di un re. Ma nonostante i tanti nomi l’opera sarà abbandonata prima della ultimazione, in quanto manifestamente inadeguata a eliminare il pericolo di tracimazioni.
Per tranquillare il popolo nel 1580, un secolo preciso dalla consacrazione della Chiesa, la famiglia Trevisan fu costretta a cedere l'amministrazione della Chiesa ai massari e al curato, i quali costituirono una specie di fabbriceria col consenso del Vicario della Repubblica. Nello stesso anno il Vescovo in visita ricordò le chiese distrutte in questi luoghi e in particolare la Cattedrale di S. Pietro Apostolo d’Eraclea, le cui fondamenta si vedevano a pochi passi dalla località Fiumicino, luogo indicato ancora oggi dalla tradizione. Come era naturale, primo pensiero della nuova amministrazione della Chiesa fu quello della erezione del campanile. Non volendo però privarsi del poderetto di campi 33 lasciato dal curato don Daniele Marchi fu proposto alla famiglia Trevisan un prestito di ducati dugento da estinguersi coi frutti di detto podere, che fu lasciato in godimento allo juspatrono per vari anni. Con questa somma, concessa dai Trevisan, e colle generose offerte dei fedeli, in breve tempo si innalzò la prima torre campanaria, che venne a costare ducati 1400. La famiglia Trevisan, che aveva prestati i 200 ducati fece immurare alla base del campanile il proprio stemma in marmo, quello stesso che all'inizio del XX secolo si vedeva sotto il porticato del Municipio presso l’ingresso del teatro sociale, e che fu interpretato come un segno della munificenza di non si sa quale membro della famiglia che portò il nome di Angelo. Tale stemma fu fatto murare per provare, come aveva fatto con la epigrafe in chiesa, che anche il campanile apparteneva all’juspatrono. Gli eredi maschi che esercitavano il diritto di patronato erano due, Trevisan Alessandro e Trevisan Domenico, zio e nipote, i quali non prendevano parte diretta all’amministrazione della chiesa, ma pretendevano la annuale resa di conti dei massari e del curato col tramite della curia vescovile.
Il vescovo Francesco Corner, durante il suo episcopato portò a termine una visita pastorale, nel 1580, cui si è accennato sopra, e indisse due sinodi (1581 e 1592). Volle consolidare il Seminario Diocesano situandolo in via Castelmenardo. Consegnò al clero come testamento le Costituzioni Generali.
Due sono i documenti raccolti nella relazione di Monsignores De Nores relativamente
alla visita a San Donà: il primo riguarda il corredo della ghiesa di Santa Maria delle Grazie di san Donà:
una sequela di piviali e paramenti e calici e consimili, che danno l’idea di un corredo liturgico veramente prezioso;
in questo documento si descrivono anche i provvedimenti notificati l’8 settembre a don Giovanni De Manfredis,
rectori Sanctae Mariae Gratiarum de Gastaldia sancti Donati de Plavi. Questi, pur zelante
nel rivendicare i diritti della sua chiesa, non osservava ancora, nonostante le gravissime
sanzioni del Concilio Tridentino, la residenza canonica. Nell’interrogatorio aveva dichiarato:
«Io son anconitano, et ho le mie dimissorie, una del quarantotto et una del cinquantaquattro»;
e aveva mostrato queste dimissorie al Vescovo De Nores; aveva pure dichiarato:
«Io son anca cappellano et confessor delli monasteri di S. Croce!».
Avendogli il Vescovo De Nores richiesto come potesse ottemperare alla legge della residenza
in parrocchia di S. Donà se doveva contemporaneamente risiedere in Ancona quale confessore
e cappellano, il parroco si era giustificato in modo semplicissimo: «Io vengo fra l’anno, alla solennità
di questa chiesa; ma tengo qui doi sostituti, ai quali do ducati 40 per l’uno et tutti
gli incerti di chiesa». E i redditi del beneficio, per confessione dello stesso De Manfredis,
ammontavano a ducati 300 all’anno: le rendite più importanti erano rappresentate dal quartese.
300 meno 80 erano uno stipendio di 220 che il De Manfredis si godeva per una residenza che,
come depose nel processo canonico il teste Francesco da S. Donà, si prolungava, al massimo,
per un mese durante tutto l’anno ecclesiastico.
Il Vescovo De Nores non ebbe riguardo alle dimissorie né alle bolle presentate dal De Manfredis:
il parroco che si pappava le prebende del Monastero di Santa Croce pur risiedendo
ad Ancona fu sospeso a divinis e obbligato a rinunciare al beneficio.
Le prescrizioni contro gli usurai sembra fossero poco rispettate; vi erano degli speculatori ingordi che davano i buoi a Zogadego per i lavori campestri contro pagamento del canone annuo di quattro stara di frumento, il valore dei quali corrispondeva al valore di un bue. Denunciata tale speculazione, il giudice con sentenza 2 marzo 1592 dichiarò esagerato e illecito il pagamento del «zogadego» nella misura di cui sopra.
Fu proprio nella fase di progettazione della villa dei Trevisan, attraverso le varie alternative di definizione del luogo di insediamento del fabbricato, che l'architetto Vicentino Vincenzo Scamozzi, al quale l'opera fu commissionata, ipotizzò il primo assetto urbanistico del gastaldia di San Donà. Per valorizzare le potenzialità agricole commerciali del feudo e per destinare un'area fissa per la affermata fiera di fine settembre immaginò tutta un'area di servizi a corredo della villa. La villa per Domenico Trevisan non fu mai edificata. Rimane Però il progetto dello Scamozzi pubblicato in un suo esstratto nel quale egli dà già per iniziata la costruzione della monumentale e sontuosa opera architettonica. Egli addirittura realizzò anche i disegni dell'area di insediamento, conservati tuttora al civico museo Correr di Venezia, che indicano una pubblicazione lungo l'argine nell'area in prossimità dell'attuale Ponte della Vittoria, luogo di localizzazione originale della gastaldia.
Il progetto della Villa si inseriva nel progetto di organizzazione della Gastaldia
Il progetto dello Scamozzi, la cui data di ipotetica realizzazione è fissata nell'anno 1609, indicava che davanti alla villa
avrebbe dovuto essere realizzata una grande piazza con strade, case e botteghe per l'uso che serviva
per la fiera autunnale di San Michele (la festa di San Michele è il 29 settembre)
Da un lato la villa con le sue aree produttive, con dietro un "bel giardino con le strade intorno, e fra mezo,
conpartito in sei quadroni per piante delicate”, lotti con i filari di viti, le due barchesse ai lati, distaccate
dal corpo centrale della fabbrica principale che rimane isolata dal centro della piazza disposta ad esedra.
Il corpo principale, a forma di T rovesciata rispetto alla piazza, era munito di un grande alloggiato al centro dell'edificio, esteso per un terzo della lunghezza e di pari altezza di tutta la facciata, formato da due ordini sovrapposto di colonne, di evidente derivazione Palladiana. il secondo ordine di colonne appare ridotto di solo 1/8 rispetto all'inferiore, secondo la regola del diminuzione degli ordini sovrapposti, interpretata con originalità dall'architetto vicentino che si discosta dalla tradizione vitruviana, alla quale era rimasto più fedele invece il Palladio.
(ricopiare i documenti)
(ricopiare i documenti)
Francesco Giustiniani non riuscì a portare a termine la visita di tutte le parrocchie perché la morte lo colse anzitempo.ù
Nel 1623 fu eletto vescovo di Treviso Vincenzo Giustiniani, nipote del precedente. Fece obbligo ai parroci di stendere una nota dei catechizzandi per verificare la loro frequenza al catechismo. Stabilì la dottrina del Bellarmino. Il suo episcopato fu frenato dalle liti con il Capitolo che cercava indipendenza dal Vescovo, anche per motivi economici. Il capitolo era costituito da 15 canonicati con a capo il decano, l'arcidiacono e il primicerio.
(ricopiare i documenti)
Al curato don Pietro Giallo (o Gallo) era successo nel 1622 don Francesco Callegari. Sotto quest’ultimo si verificò la peste sterminatrice del 1630-1631, la peste manzoniana. 1633: fueletto vescovo Silvestro Morosini (1633-1636) Veneziano di nascita, di famiglia illustre, morì giovane per gotta, ancorché promettente. Riuscì a condurre una visita pastorale alle parrocchie della diocesi negli anni 1633-1635
Nel 1636 la chiesa parrocchiale aveva già un secolo e mezzo e minacciava rovina.
Nell’anno 1637, con la morte del conte Domenico, ultimo dei discendenti maschi di Angelo Trevisan,
ai quali esclusivamente la bolla di Sisto IV concedeva l’esercizio dello juspatronato della chiesa,
si estinse il ramo mascolino dei Trevisan. Il conte Domenico lasciò cinque figlie.
I beni della gastaldia passarono
a due di esse, cioè a Marina maritata Cappello e a Angela maritata Correr.
Fuga in avanti. Marina avrà per ultima discendente Polissena Contarini,
la quale lascerà la sua parte di eredità al proprio agente Corradini;
la discendenza di Angela terminerà con la famiglia Grimani Pietro Antonio fu Marcantonio
e Zorzi, ai quali spetterà la parte distinta
nella mappa del perito Serafini di Noventa (1759) come territorio
vallivo, prativo, paludivo e aratorio confinante colle ditte Contarini,
Da Mulla, Suarez, Boldù, Pesaro, Zusto, Chiodo, ecc.
Fino alla metà del secolo XIX si troveranno ancora possessori gli eredi Trevisan;
poi della gastaldia, per quanto riguarda la proprietà, non si avrà più memoria.
Nel 1639 il vescovo Silvestro Morosini morì, e gli succedette il nipote Marco Morosini, il quale negli anni 1640-1643 condusse la visita pastorale alle parrocchie della diocesi.
Nel 1641 vennero fatti dei restauri radicali alla chiesa di Santa Maria delel Grazie mercé il concorso generoso del popolo per la mancanza dello juspatrono. Il campanile invece si trovava in ottimo stato con un concerto di campane che meritò le lodi del Vescovo Marco II Morosini, qui in visita pastorale nel 1643.
Gli eredi Trevisan per parte di donne continuarono a presentare i candidati alla curazia al Vescovo, anche dopo estinto il ramo maschile, e così, senza alcuna eccezione furono nominati curati don Francesco Bonzio nel 1640, don Francesco Levanda nel 1643, don Zuane Schiavon nel 1648,
Successore di Marco Morosini fu Giovanni Antonio Lupi, che condusse nella diocesi due visite pastorali: la prima negli anni 1647-1649, quando in europa si stava concludendo la Guerra dei Trent'anni.
Il vescovo Lupi condusse la sua seconda visita pastorale alle parrocchie della diocesi negli anni 1656-1665, A San Donà giunse nel 1659.
Durante il XVII secolo la Repubblica di Venezia promosse una serie di lavori idraulici al fine di preservare la laguna dalle periodiche inondazioni del Piave: nel 1664, dopo più di vent'anni di lavori, fu portato a termine lo scavo del Taglio Novo, che partendo da San Donà portava il Piave a sfociare presso Santa Margherita. Con la deviazione del corso del fiume l'antico alveo del Piave, quindi, venne abbandonato. Da via di comunicazione con la zona lagunare, l'asta della Piave Vecchia (come fu da allora denominata) si trasformò in un'area malsana caratterizzata da acque stagnanti. Nello stesso periodo furono introdotte nuove coltivazioni, come quella del mais.
Bartolomeo Gradenigo fu vescovo di Treviso dal 1668 al 1682. Veneziano, dottore utriusque, fu uomo d'azione energica. Insistè sul decoro degli altari. Realizzò tre visite pastorali la prima delle quali lo portò il 5 aprile 1670 a San Donà.
Nel 1684 veniva eletto vescovo di Treviso Giovanni Battista Sanudo (lo sarebbe rimasto fino al 1709) Veneziano, primicerio di S. Marco, era di buonissimo animo, davvero buono con tutti. Il 3 giugno 1685 venne in visita pastorale a San Donà.
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