
Nel 1914 la disoccupazione, unita alla crisi alimentare – poiché la guerra già colpiva gli altri paesi europei e aveva
determinato un forte aumento del prezzo del grano importato –, stava generando un clima di grande sfiducia nei confronti
dell’Amministrazione. I segnali di inquietudine che provenivano dalle classi popolari erano allarmanti, sia pure di diversa gravità.
Nell’
Adunanza del 16 novembre 1914 Antonio Trentin, facendo le veci del sindaco, informava i consiglieri che l’uso della prepotenza
e il rifiuto dell’obbedienza all’autorità erano divenuti sistematici da parte di talune persone appartenenti al “basso popolo”.
Ciò generava “condizioni poco liete della sicurezza dei beni e talvolta delle persone”. Egli sollecitava pertanto la richiesta,
già inoltrata alla Prefettura anni prima, dell’istituzione a San Donà di una Delegazione di Pubblica Sicurezza per far fronte all’anarchia
dilagante. A sostegno di quanto veniva affermando informava i consiglieri che nella ricorrenza del genetliaco del re (11 novembre)
era avvenuto “un disgustoso incidente” provocato da un fruttivendolo che si era rifiutato di spostare la baracca
per lasciar libero il posto al palco della musica, dove abitualmente in tale ricorrenza si teneva il concerto serale.
Ora si deve considerare che in quel periodo fruttivendoli ed erbivendoli erano tra i più poveri dei commercianti, non avevano negozi fissi
ma solo dei banchi lungo la via; usualmente occupavano sempre lo stesso posto; ma se dieci-vent’anni prima spostare il banco delle verdure
su richiesta delle autorità sarebbe stato un atto dovuto, in quel momento l’atteggiamento deferente verso le autorità non era più così pacifico.
Nell’Adunanza del 10 dicembre nella quale si doveva decidere l’Istituzione delle Locande sanitarie per combattere la pellagra,
l’Amministrazione prendeva atto della mancanza di fondi e, “considerato che il Comune attraversava un periodo di eccezionale gravità
a causa della disoccupazione e della miseria e che l’apertura della locanda sanitaria avrebbe potuto causare disordini
da parte di coloro che, trovandosi in gravi ristrettezze, avrebbero potuto essere spinti all’invasione dei locali
nei quali il Comune avrebbe distribuito pane e minestra” ai pellagrosi, deliberava che la Locanda sanitaria
sarebbe stata aperta “nella prossima primavera”.
Nella Locanda sanitaria si distribuiva cibo solo ai pellagrosi certificati, e il cibo doveva essere consumato sul posto.
Nel Comune vi erano un centinaio di pellagrosi. Alle Cucine economiche potevano invece accedere tutti i poveri, i quali potevano
anche portare il cibo a casa; solo che la Cucina economica non funzionava a sufficienza.
Rivolta in Calvecchia
Un segnale di particolare gravità del malcontento popolare si ebbe all’inizio della primavera successiva.
Il 20 marzo 1915 alle ore 18 il sindaco Giuseppe Bortolotto informava i signori della Giunta che alle ore 12 dello stesso giorno
alcune donne nella frazione di Calvecchia avevano impedito il trasporto alla stazione ferroviaria di una partita di grano di proprietà
dei signori Marenghi di Mantova, “rappresentati qui dal signor Zaffaroli”, loro agente. Il sindaco si era recato col Segretario comunale
nella frazione per rendersi conto della situazione e tranquillizzare gli animi. Aveva riscontrato che “alcuni carri [erano] stati assaliti
da alcune donne che avevano gettato i sacchi di grano sulla pubblica via intendendo di portare il grano nelle loro case”;
“le dimostranti […] dichiararono di essere affamate, volevano appropriarsi del grano ed esigevano [dal sindaco] una dichiarazione
secondo cui la farina di mais sarebbe stata venduta a 15 centesimi al chilogrammo”. “Se non avesse aderito alla richiesta non lo avrebbero
lasciato ritornare a San Donà”. Il sindaco aveva cercato di persuadere quelle contadine dell’impossibilità di accogliere le loro richieste,
“e dopo un lungo e inutile parlamentare aveva deciso di chiamare il maresciallo dei Carabinieri”. Il sindaco informava la Giunta che,
per placare gli animi, “aveva offerto di regalare una certa quantità di grano mentre Zaffaroli avrebbe ceduto il grano a £. 19 al quintale”
ma “quelle sconsigliate non [avevano acconsentito] di lasciar ritirare il grano dalla strada cosicché, persuasosi della inutilità delle sue trattative,
[era ritornato] a San Donà dopo aver fatto personalmente una elargizione di denaro per i bisogni immediati dei poveri
e aver richiesto l’invio sul sito di un plotone di soldati con l’incarico di far ritirare il grano.”
Il giorno dopo il Consiglio comunale deliberava di “acquistare 57,62 quintali di granoturco da Zaffaroli a £. 19 al quintale
e di venderlo a 15 e parte donarlo ai poveri”.
Il subbuglio però non si era esaurito a Calvecchia, dove non si sapeva che l’Amministrazione comunale aveva deciso l’elargizione
di grano ai poveri a prezzo di favore. E la rivolta, da Calvecchia, giunse in centro. Quel che successe lo apprendiamo dal verbale
dell’Adunanza del 23 marzo, nella quale Bortolotto informava che “in esecuzione del 21 corrente [aveva] fatto affiggere dei manifesti
per avvertire la popolazione che nella mattina del giorno 22 appositi impiegati nei locali della Congregazione di Carità […] avrebbero accolto
le prenotazioni di coloro che desideravano acquistare le farine di granoturco a un prezzo di favore”. In Comune però anche prima della
rivolta del giorno 20 erano arrivate voci “che il giorno 22 sarebbe stata fatta una dimostrazione dinanzi al Municipio per protestare
contro il rincaro dei cereali, e pertanto si era deciso affinché l’entrata del municipio fosse sorvegliata dai Carabinieri.”
“Il giorno 22, dopo che da poco era incominciata la prenotazione, e cioè verso le ore 9, una folla di donne e operai si presentò alle porte del municipio senza un determinato scopo ma pretendeva di accedere agli uffici comunali. Da tale momento assunse la responsabilità della tutela dell’ordine pubblico il signor tenente dei Carabinieri espressamente incaricato dal Regio Prefetto al quale era stato in precedenza telegrafato che fosse inviato un delegato di Pubblica Sicurezza”; ma “in seguito alla carica di tali carabinieri a cavallo per impedire l’occupazione del Comune avvenne un disgraziatissimo incidente nel quale perdette la vita un certo Zabotto Giovanni di Grisolera che fu atterrato dal cavallo di un carabiniere e ucciso con un calcio alla testa.”
A seguito di ciò il sindaco aveva disposto “la pubblicazione di un manifesto invitante la popolazione alla calma e di avere fiducia nell’opera delle autorità” e chiedeva ai consiglieri “che fossero adottati alcuni provvedimenti che avrebbero potuto lenire immediatamente uno stato che si faceva sempre più penoso”. “Ritenuta l’urgenza di provvedere sia col dare lavoro agli operai disoccupati sia col venire a sollievo della miseria con la distribuzione di generi alimentari, sia infine col vendere la farina di granoturco a un prezzo di favore”, il Consiglio deliberava d’urgenza a voti unanimi
• di fissare il prezzo della farina di granoturco in £. 25 al quintale, da vendersi però solo agli operai braccianti, manovali, giornalieri, esclusi i mezzadri e gli affituali e i bovai per i quali [avevano] preso formale impegno di provvedere i rispettivi padroni;
• […]
• di incaricare la Congregazione di Carità di distribuire la farina alle famiglie povere;
• di vendere il granturco al prezzo di costo a tutti coloro che ne abbisognassero e non avessero modo di provvedere.
• […]
Nell’Adunanza del 30 marzo 1915 Bortolotto, ricordando il disgraziato accidente nel quale era morto “un certo Zabotto Giovanni
di Grisolera lasciando nella […] miseria la moglie e i tre figli dei quali era l’unico sostegno, esprimeva
“l’avviso che per venire in aiuto della famiglia Zabotto” si accordasse in segno di solidarietà “alla vedova un sussidio di £. 100”.
Mancavano meno di due mesi all’entrata dell’Italia in guerra.